“Vorrei fare l’insegnante, me lo consiglia?”

5 Aprile 2024

Vorrei fare l’insegnante, me lo consiglia?”.

La domanda, questa volta, è da parte di un ragazzo in primissima fila. La sala è gremita, l’ora e venti di Fisica Sognante è scivolata via facile, i ragazzi si sono divertiti, stupiti e lasciati affascinare dalle relazioni tra fisica e giocoleria per tutto il tempo, poi il momento del dibattito: lo dico sempre, è un momento irrinunciabile, del mio lavoro. Perché dopo che hanno visto qualcosa di bello, portato in scena da un professionista esterno alla loro scuola e, soprattutto, realizzato (o almeno questa è l’idea che loro si fanno) qualsiasi messaggio passato su scuola, studio, impegno, intelligenze multiple e chi più ne ha più ne metta è accolto in maniera diversa e arriva più in profondità. In altre parole io, come docente, nelle mie classi, dico le stesse cose, ma attecchiscono meno, hanno una valenza diversa. Invece lì, poco dopo l’applauso finale, mentre scema la tensione della performance, è il momento giusto per seminare. Però i ragazzi sono diesel: ci mettono sempre un po’ a carburare, ma dopo che hanno rotto il ghiaccio diventano soventemente incontenibili! Quando il silenzio, in attesa di domande, si protrae troppo ho alcune “strategie” per stuzzicarli e aiutarli a vincere l’imbarazzo: “non esistono domande stupide, solo alcune risposte. E io sono bravissimo a darle, mettetemi alla prova!”, oppure “un quarantaseienne partorito un’ora e venti di delirio: vediamo cosa 300 giovani menti possono fare in mezzoretta!”, o anche “avete domande, osservazioni, consigli, offese?”, ma questa volta non ce ne è stato bisogno. La mano si è alzata subito e la domanda è stata formulata tutta di un fiato, come se fosse tempo che era lì a “lievitare”.

Avrei voluto dirgli “sì, tutta la vita!”, così, senza batter ciglio. Ma è la mia risposta e, soprattutto, è la risposta che darei oggi, a 46 anni in fila per 6 col resto di 4 e dopo 20 anni di insegnamento abbondanti. E nel mio titubare lui aggiunge: “perché, dopo tanti anni, non si è stancato? Siamo faticosi”, sotto-testo “noi giovani”. “Insomma, tanti anni, io non esagererei… non sono così vecchio…”. Sorrisi imbarazzati tra il pubblico, forse un po’ a compatire questo (quasi) boomer, ma il tutto mi ha dato il tempo per riordinare le idee.

Premessa, ciò che si vede dell’insegnamento, intendo lo stare in classe, è solo la punta dell’iceberg. Il grosso del lavoro è (purtroppo) altro: in primis ci sono riunioni su riunioni: consigli di classe, gruppi operativi, collegio docenti, … , poi i ricevimenti genitori (“E se voi ne sopportate due, io ne sopporto 200!”, risata complice), preparazione e correzione dei compiti in classe, la stesura di relazioni e progetti, la preparazione delle lezioni e la gestione dell’odiata burocrazia: registro elettronico, documenti per BES e DSA, programmazione e relazioni finali, … Insomma, c’è tanto di più del solo entrare in classe che richiede tempo e organizzazione. L’unica fortuna è che molto di questo è “gestibile”: puoi cioè scegliere il dove e quando. Molto, ovviamente, non tutto. E, per un part-time come me, la parte “non gestibile” è un problema, perché i giorni liberi non sono mai veramente liberi! Ricordo ancora quel giorno in cui mi alzai all’alba per andare a Brescia, nella stessa scuola del racconto che sto condividendo – il liceo Calini, ma poi dovetti rientrare di corsa a Bologna per un collegio docenti! Chiamai al telefono, dopo aver parcheggiato l’auto, il bar sotto scuola per farmi preparare una piada che presi al volo e avrei ripagato la mattina dopo, per poi mangiarla facendo le scale mentre mi dirigevo in aula magna. Tra l’altro , la sera stessa, avevo una riunione per una associazione di volontariato nella quale prestavo servizio da anni… e fu la sera in cui caddi da tre scalini (TRE!) rompendomi entrambi i legamenti astragali … l’unica nota positiva è che ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire andare in carrozzina (e avendo lavorato poi anni come volontario per ANFFAS e Casa dei risvegli fu una grande ricchezza)…

Tornando però al discorso principale (scusate, mi chiamano Dottor Divago) tutto questo non è neppure da considerare, perché l’importante è altro. E l’insegnamento non si misura in ore di lavoro: chi misura l’insegnamento in ore non ha capito nulla dell’insegnamento.  Immaginate di andare al concerto di Vasco e pretendere che sia pagato solo per le due ore in cui ha cantato… No, la parte importante è altro: è quando sei in classe, con i “tuoi” alunni. È lì che tutto prende senso. Ma perché funzioni ci sono due prerogative: devi amare la materia che insegni e devi voler bene ai ragazzi.

Amare la materia non è scontato. Quando ti iscrivi all’università hai un’idea molto vaga di cosa andrai a studiare … e una volta era anche peggio. Oggi forse, grazie anche alla divulgazione, si intravede di più “cosa sarà”, ma quando mi iscrissi a fisica io avevo solo un’infarinatura in merito alla fisica contenuta nei primi due esami universitari! Sì, avete inteso bene: tutta la fisica “del liceo” è contenuta in fisica 1 e fisica 2 (anzi, v’è molto di più)… ma gli anni all’università erano 4 e gli esami una ventina[1]. Insomma, ciò di cui ti eri innamorato diventava un pezzettino di uno dei primi esami… chissà se a fine percorso ciò che avevi incontrato ti sarebbe piaciuto ancora (funzione anche dei docenti, dei compagni, della vita in genere, …). Io, per esempio, amo il metodo scientifico e la fisica in genere, ma non tutta la fisica. Ci sono pezzi che non mi fanno impazzire e altri che proprio non conosco (o conosco marginalmente), ma sto provando, al passare del tempo, di non “diventare aceto”, di migliorare. Comunque sia, ciò che insegni, i suoi nuclei fondanti, il suo linguaggio, il suo metodo, le sue finalità, ti devono piacere! È da quell’amore che scaturisce la passione che si vede nei tuoi occhi mentre la racconti. Ed è di quel fuoco che i ragazzi, a volte, si innamorano. Ed è grazie a quel fuoco che si lasciano prendere per mano e ti seguono verso lidi (per loro) sconosciuti. Se manca, o se brucia poco, rischi invece di “andare in automatico”, di “timbrare il cartellino”… e, se se ne accorgono, li perdi. “Se non piace a lui, che dovrebbe interessarne a me?”.

Amare i ragazzi è forse ancora più importante, e difficile. Sul perché non sia cosa facile c’è poco da dire: a volte ci si mettono proprio d’impegno, per farsi detestare. Ma il docente è lì anche per quello: aiutare i cuccioli d’uomo a passare attraverso le varie fasi di giovinezza e adolescenza per diventare poi donne e uomini formati. Cittadini. I ragazzi sono pieni di possibilità e potenzialità ed energie che neppure loro conoscono: vanno scoperte, studiate, incanalate. Linguaggi, sogni, prospettive, interazioni, idee sul mondo: sono innumerevoli le cose che “rivelano” e che soventemente mi stupiscono, e hanno così tanto da insegnarti loro che credo sia impossibile non volergli bene. E anche quando “mancano di rispetto” alla tua materia (il momento in cui vorresti urlare) se vuoi il loro bene ci lavori per andare oltre.

Ecco, credo che siano questi gli ingredienti fondamentali per continuare a insegnare anni senza “colpo ferire”. Segreto per svegliarsi tutte le mattine alle 6.20 felice di andare al lavoro. Pietra filosofale per restare eternamente giovani! Al massimo sono loro, il mio “ritratto di Dorian Gray”, ad avvizzire (sorriso).


[1] Nel giurassico non vi era il 3+2 ma solo 4 anni (il mio anno di corso fu l’ultimo prima della riforma), non esistevano i CFU ma solo i voti e… tutti gli esami erano annuali! Studiavi cioè 9 mesi e poi ti giocavi tutto con scritto e orale (sì, tutti gli esami erano sia scritti che orali).

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1 commento

  • Vincenzo Santodonato

    Bravissimo Prof., è sempre un piacere ascoltarti, e leggere ciò che scrivi. Nonostante la complessità della materia, tutto sembra più leggero e comprensibile. Grazie mille

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