Teatro per l’inclusione

Quale l’importanza di una formazione teatrale? Quali le potenzialità? Può il teatro essere un mo(n)do per rendere l’inclusione fattuale? Queste le domande a cui ho provato a rispondere nei 15 minuti concessimi il 22 settembre scorso, al convegno nazionale di Docenti Senza Frontiere. Quello che segue il brogliaccio di quello che avevo progettato di dire (poi, sapete com’è, come non è: l’emozione, i problemi di connesione, la richiesta di accorciare un pelo per recuperare il ritardo accumulato…).


Premessa importante, ho un mondo di cose da dire, me le sono segnate, ma non so quanto tempo mi porteranno via o se me le ricorderò tutte, quindi mi perdonerete se finirò un po’ prima e mi staccherete la connessione se dovessi sforare.

Il mio incontro col teatro è avvenuto “in tarda età”[1]. Già insegnavo, ero un giocoliere professionista da anni (feste private, piazze, teatri, …) e avevo da poco costruito il primo lavoro di divulgazione (Fisica sognante), nel quale spiegavo le leggi della fisica tramite la giocoleria e presentavo limiti e possibilità della giocoleria tramite la fisica. Intuendo che c’erano potenzialità interessanti, in quel lavoro, decisi di formarmi come attore, da cui l’accademia[2]: 6 ore al giorno 6 giorni a settimana, per due anni[3]. Quell’anno avevamo, nella quinta che coordinavo, un ragazzo (lo chiameremo Elle), in classe, con problemi di personalità importanti. Fu allora che decidemmo, insieme al collega di italiano (che di teatro viveva sin da bambino), di dare vita ad un corso per gli studenti della scuola, nella speranza che potesse, il lavoro teatrale, dargli una mano a trovare un equilibrio. Funzionò. Le diverse personalità trovarono sfogo e lui si rasserenò. …anche se a volte, durante le ore di matematica, si alzava e andava in un angolo della classe per ripassare dizione… Arrivò poi la maturità. L’orale, con commissione interna e presidente esterno, andò bene (tranne che in matematica) ma, poco prima di uscire, il presidente lo fermò e gli disse: “Elle, mi scusi, ho saputo che è un attore, Le va di recitarci qualcosa?”. Lui indugiò sulla porta, sguardo basso, timido come spesso era, poi si avvicinò, farfugliò un “sì, con piacere” e si tacque. Quando alzò gli occhi, un’altra persona! Recitò poche righe di una poesia con un pathos e una padronanza della voce invidiabili e uscì in silenzio dall’aula. Noi, ovviamente, tutti in lacrime. Letteralmente.

diretta dell’intervento

Ora, non voglio soffermarmi su quanto, ciò che ho poi imparato all’accademia, sia fondamentale per un docente o un divulgatore[4]: il gestire la voce (volume e appoggio sul diaframma, registri, articolazione, …), il saper improvvisare, lo sguardo periferico, la presenza scenica e la gestione dello spazio, … è una cosa che consiglierei a chiunque, una formazione teatrale, ma penso sia importante soprattutto in età adolescenziale! E la riprova non è solo l’episodio che ho condiviso, ma i 13 anni di corsi che ho tenuto[5].

I percorsi solitamente sono divisi in tre fasi.

In un primo momento si lavora per “fare gruppo”, dare ai ragazzi strumenti nuovi e aiutarli a esser consapevoli di loro, dell’altro, dello spazio. E così esercizi di coordinazione, improvvisazione e ritmo, da soli o corali, liberi o con regole sempre più stringenti, momenti di esplorazione del sé e dell’altro e tanto di più si alternano per i primi 2 mesi (solitamente da fine ottobre a Natale).

Ad inizio dell’anno nuovo si comincia invece a lavorare sul tema: discussioni, riscritture, proposte, disegni, fotografie, … tutti i contributi sono buoni! A volte arrivano da loro, spontaneamente, il più delle volte, invece, le richieste arrivano dall’alto, ma “tutto fa brodo”, tutto viene accolto, tutto contribuisce ad alimentare le idee, la discussione, lo studio. A volte si è lavorato su un libro, o su una tragedia greca, o su un film, altre volte il tema è stato più libero, scelto direttamente dai ragazzi o proposto loro, ma le dinamiche sono state sempre le stesse: le improvvisazioni e le suggestioni diventano proposte, partitura, brogliaccio, copione. In altre parole, cambiando uno o due elementi del gruppo sarebbe cambiata la performance finale.

Nella terza parte, solitamente altri due mesi di lavoro prima del debutto, si prova lo spettacolo, si affinano i passaggi, si dà forma al percorso.

Il tutto dura più o meno otto mesi, gli incontri sono una volta a settimana e durano circa 2 ore (più qualche incontro extra prima del debutto) e ogni volta che ci troviamo si comincia l’incontro con un esercizio che, partendo dal training autogeno, attraverso la ricerca personale, arriva all’incontro con l’altro: un momento fondamentale per vivere le due ore nel “qui e ora”, lasciando fuori problemi, ansie, pensieri altri.

In questi anni ho visto ragazzi taciturni diventare sicuri della loro voce, timidi aprirsi, iperattivi darsi contegno e ragazzi con problematiche certificate riuscire a star dentro a esercizi complessi (un esempio può essere l’8-8. In questo esercizio il regista batte un ritmo con le mani mentre conta ripetutamente sino a 8 e richiede al gruppo di fare 8 tempi camminando in direzioni casuali e 8 tempi immobili. L’importante è che tutti si muovano o restino fermi assieme e “col giusto ritmo”, anche quando smette prima di contare e poi di battere le mani).

Uno dei complimenti più grandi ricevuti quando, ragazzi usciti dal liceo e entranti nel mondo del lavoro o all’università, continuano a frequentare le lezioni per altri uno o due anni come “esterni”. Fra tutti ricordo Misa[6], che veniva da Padova (dove frequentava il primo anno di università) “solo” per le due ore del mercoledì.

Una delle soddisfazioni più grandi vedere una ragazza con certificazione capace di vivere lo spettacolo (con ingressi e uscite da dietro le quinte) in completa autonomia.


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[1] 25 anni

[2] Scuola di teatro Colli.

[3] Se vi state chiedendo come fosse possibile insegnare (la mattina), andare in accademia (di notte) e fare spettacoli (nel fine settimana e d’estate) la risposta è semplice: non avevo vita sociale. Ma è così, se vuoi qualcosa, ad altro devi rinunciare…

[4] Per approfondire “Lo spettacolo della fisica”, ed. Dedalo, il corso di aggiornamento Tra didattica e teatro, o questo articolo

[5] Solo, ma più spesso in collaborazione col collega-amico-regista di cui vi ho parlato: Michele Collina, Laboratorio di Teatro (in)stabile

[6] Altro nome di fantasia, ma le storie sono tutte vere!

4 thoughts on “Teatro per l’inclusione”

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