resilienza

resilienza

Dicesi resilienza “la capacità di un materiale di assorbire un urto” mutuata poi in psicologia come “la capacità di un individuo di affrontare/superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà”.

Non so se sia giusto definire l’incontro col covid-19 “un urto[1]” ma sicuramente, quest’ultimo anno e mezzo, è stato un periodo di difficoltà. Per molti anche traumatico. Einstein sosteneva che “nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità”. Penso sia vero. Siamo però poi capaci di vederle? E di coglierle? Ed io? Come ho passato questo periodo? Sono stato resiliente? Mi sono trasformato? Ho imparato qualcosa? Chi ci sarà al posto del me-pre-covid?

Da quando ho memoria di me (intendo un’idea di me strutturata, che ricordo e che saprei descrivere, non semplici aneddoti del passato tra loro separati, magari indotti e condizionati dal racconto di amici e parenti) ho sempre avuto una doppia vita. Per semplificare potremmo dire il professore e l’artista (a metà strada tra il giocoliere, l’attore e il divulgatore…). Due me che hanno coesistito per tanto, risucchiandomi tempo e energie da un lato, dando senso al mio vivere dall’altro. Ricordo ancora quando raccontavo, a fine spettacolo, la mia settimana tipo: “lunedì mattina scuola, pomeriggio casa dei risvegli, sera partenza per Bergamo. Martedì mattina conferenza nel bergamasco, pomeriggio rientro a Bologna, sera preparazione lezione per il giorno dopo. Mercoledì mattina scuola, pomeriggio corso di teatro, sera preparazione lezione e compito in classe per il giorno dopo. Giovedì mattina scuola, pomeriggio partenza per Varese, sera correzione compiti in classe. Venerdì mattina spettacolo, pomeriggio corso di aggiornamento per docenti, sera relax. Sabato mattina 2 conferenze spettacolo, pomeriggio rientro a Bologna, sera relax. Domenica mattina preparazione lezione per lunedì, pomeriggio allenamento, sera relax… e poi si ricomincia”. Senza contare le riunioni a scuola! …ed era così per tutti i nove mesi dell’anno scolastico, motivo per cui in luglio e agosto, negli ultimi anni, non prendevo impegni “artistici”. Il calendario mi si riempiva velocemente e già alla metà di ottobre avevo date sino ai primi di giugno. Il tempo per vedere gli amici? Poco! 2, 3 volte al mese. Ma non voleva essere una lamentela. Era un modo per condividere, raccontandomi, come, nella vita, non si possa avere tutto. A me, quel delirio che era il mio vivere, piaceva: mi ci riconoscevo, mi riempiva, sentivo di dare e al tempo stesso di ricevere tantissimo. In cambio di alcune rinunce. Per esempio non ho mai messo su famiglia[2]. Erano i miei mestieri, il figlio mio.

“Dovreste evitare i ristoranti cinesi per qualche tempo” mi dissero i miei genitori già a metà dicembre 2019. “Le solite cassandre”, pensai io, dimentico non solo che mamma sa, ma anche che porta un po’ sfortuna! Poi, a gennaio, dopo lo schiaffo del Papa alla turista cinese è stato un tutt’uno! Un’escalation di eventi che ha culminato, per il prof Federico, con la chiusura delle scuole e per il Federico-artista con l’annullamento di una data dopo l’altra. Il primo si è, in principio, arrabattato con lezioni via mail improvvisate (anche quando la scuola era ufficialmente chiusa: non ha mai smesso di inviare compiti, esercizi, lezioni e correzioni ai suoi studenti) poi ha pian paino strutturato il suo agire, imparando a usare nuovi mezzi, definendo nuove tempistiche, ripensando ritmi, obiettivi e richieste. Il secondo, invece, non capiva l’entità del problema: la secca dovuta al ritirarsi delle prime date era solo il preambolo ad uno tsunami che stava per investire tutti.

“Facci pace: durerà un paio d’anni” mi disse babbo i primi di marzo, mentre io cercavo di spostare le date, cercare buchi nel calendario già pieno, progettare recuperi estivi o serali, quando possibile! Ho anche noleggiato un teatro (il Dehon di Bologna) e pagato un videomaker professionista per preparare filmati professionali per il “rilancio”. Sono belli, ma sono ancora nel cassetto. In attesa che le ondate cessino…

“Dovresti adoperarti per fare conferenze, corsi di aggiornamento e spettacoli a distanza: andrà avanti ancora un po’. Nel mondo nuovo forse sarà questo il modo di fare teatro!”. Le parole di mio padre, a primavera 2020 inoltrata, erano quello che non volevo sentirmi dire. I classici consigli sensati, di chi ha vissuto tanto, davvero e intensamente uniti al fatto che, per mestiere, faceva il dirigente di alto livello IBM: uno quindi abituato ad osservare, prevenire, progettare percorsi nuovi quando non nuovi mercati. “No! Per me il teatro è coi ragazzi davanti, su un palco. La distanza è un surrogato. Mi rifiuto di…” e a seguire parole su parole a cui credevo, certo, ma che mi rendevo conto, mentre le proferivo, che erano un cercare di fermare la corrente di un fiume in piena a mani nude, invece che provare, nuotando, a vedere dove la corrente ti porta.

Fermo sulle mie posizioni ho così continuato ad allenarmi (e continuo tutt’ora! Almeno 5 volte a settimana… quando tornerò su un palco, dal vivo, avrò probabilmente raggiunto il mio livello di giocoleria più alto di sempre) e a ripassare mensilmente tutti i testi dei miei lavori. Perché non potevo (e non posso) pensare di perdere per strada qualcosa! “Perché quando si tornerà in scena dovrò essere pronto!”. Nel frattempo però ho aperto un canale youtube su cui pubblico due volte al mese video divulgativi in piano sequenza: tre minuti di scienza in un solo ciak, senza tagli, effetti speciali o pubblicità. In questi mesi ho ricevuto, per quei lavori, molti complimenti, ma anche alcune critiche! Una su tutte: “dovresti rivedere questa tua fissa per il piano sequenza. La gente vuole immagini, grafici, disegni, gag, musichette…”. Vero, capisco. Ma il mio obiettivo non era e non è diventare uno youtuber! A parte il voler mantenere i contatti con i miei referenti (facendo sì che i video siano un “Hey! Ci sono! Sono attivo! Sono pronto per tornare!”) mi manca il pubblico. E girare in piano sequenza è come essere, per quei brevi minuti, su un palco! …senza contare che a volte devo rifare il video 7, 8, 10 volte! Perché il “buona la prima” è davvero raro! Soprattutto quando lo sbaglio, l’impappinata o la dimenticanza non puoi correggerli in post-produzione!

Negli ultimi 10 anni sono stato nel Varesotto per conferenze spettacolo almeno 5 o 6 volte l’anno e la maggior parte delle tournée sono state per i ragazzi di Progetto Zattera. Quando lo scorso anno la pandemia ci ha chiuso tutti in casa sono stati 7 gli spettacoli che avrei dovuto fare per loro e che sono saltati e così accettare di regalare a quelle scuole una breve diretta (30 minuti in tutto) per dire “ci siamo, resistiamo, torneremo” mi è sembrato dovuto… e poi mi mancava talmente tanto il palco che ero disposto a rivedere la mia posizione oltranzista: “solo per una volta!”, mi dissi. Fu un mezzo disastro. Connessione ballerina (all’epoca a casa avevo una connessione internet via radio con upload sotto 1Mbps…), microfono trovato in un cassetto, come faretti per illuminare la mia mansarda una lampada da esterno dei miei genitori, webcam prestata da un amico (da 40€, forse) e proiettore del papà della mia compagna. Ma il problema fu anche che Fisica sognante (da quella conferenza spettacolo avevo estratto il breve intervento) è un lavoro “teatrale” pensato per un pubblico dal vivo… e le dinamiche dello streaming sono tutt’altro! Senza contare che non pensammo di disattivare la chat di youtube e fu così un ragazzo, prima ancora che iniziasse la performance, aveva già condiviso la ricetta dei tortellini (che il fatto che io sia di Bologna possa averlo ispirato?) seguito a ruota da 7 o 8 che continuarono a parlare di ricette durante tutta la mia performance[3]… Mai più, mi dissi!

E così, il tempo libero che il covid mi ha “regalato” decisi di usarlo per preparami per il ritorno al mondo nuovo: ho studiato tantissimo, ho scritto un libro[4], mi sono ammazzato di allenamenti.

In estate riuscii a fare un paio di repliche dal vivo[5] poi più nulla, sino a che non mi contattarono per fine settembre da Carpinscienza, per il festival annuale, e per metà novembre, dall’INFN del Gran Sasso, per La notte europea dei ricercatori: due eventi importanti ma da fare in streaming, non c’era altra possibilità. Null’altro, perché i miei committenti storici (scuole e teatri) erano (e sono ancora) immersi nell’acqua alta. Quindi, riluttante, accettai… ma, memore degli errori passati, decisi di lavorare su qualcosa pensato appositamente per lo streaming[6], di trasferirmi a casa dei miei dove c’era una connessione internet ottima e di investire su un po’ di materiale per le dirette: videocamera professionale[7], microfono ambientale, faretti, proiettore, telo per le proiezioni. L’idea era quella di riproporre un ambiente simile a un teatro, dove io potessi muovermi sempre in piena luce, con le proiezioni alle spalle e con la possibilità di essere visto sia a figura intera che in primissimo piano. Funzionò benissimo! I feedback furono tanti e positivi, sia dagli organizzatori che da docenti e alunni. Che dovessi ricredermi?

…chi mi conosce sa che fatico a cambiare: un po’ ho bisogno dei miei tempi, un po’ ho paura… e poi non son bravo ad ammettere di aver torto, soprattutto quando c’è di mezzo una discussione con babbo… però pian piano ci arrivo. E così l’idea di provarci.

Mail ai contatti, pubblicità sui social, rinnovamento del sito, qualche intervista o comparsata e qualcosa si muove! Qualche data tra gennaio e febbraio e poi un boom di repliche tra marzo e aprile! …e anche maggio si sta riempiendo! E per ora sono tutte andate bene! Anche i due debutti: Problema Globale[8], conferenza-spettacolo sul (la fisica del) riscaldamento globale, e La fisica dei giocolieri[9], conferenza spettacolo sulla fisica dei giocolieri. Un turbinio di feedback positivi che sono arrivati insieme alla fibra anche a casa mia, nella bassa! Così la decisione di abbandonare il soggiorno dei miei genitori (che ringrazio infinitamente perché tanto mi hanno sopportato e supportato) e trasferirmi nella mia mansarda, per dare vita al Teatro di-stanza.

Cosa sarà domani? Non so. Continuo a sperare di tornare sul palco, dal vivo, quanto prima. Mi manca come l’aria.

E cosa resterà, di tutto questo? Anche in questo caso, non so. Ma credo che la possibilità di “ospitare” a casa mia le scuole sarà una opportunità che continuerò ad offrire. Sabato scorso, per esempio, sono stato a Carpi, dalle 8:30 alle 10:30, per “volare” poi a Recanati, dalle 11 in poi… E poi andare in Sicilia, come farò a fine mese, sarà più “leggero” di un tempo…

Insomma, penso che l’alternanza tra palcoscenici reali e teatri virtuali diventerà la normalità. E va bene così. Anche perché questo dovrebbe lasciarmi, una volta a regime, più tempo libero di prima. “Per fare che?”, direte voi. Ma per passare tempo con Antonia ed Emilia, ovviamente. I primi di luglio diventerò babbo. E, se devo essere onesto, forse è stato anche grazie a tutto questo delirio che ci siamo dati il tempo di conoscerci, amarci, progettare.

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…e stessa cosa per il canale youtube… vi aspetto!

[1] Nel caso lo classificherei come (fortemente) anelastico, ovvero dove l’energia (meccanica) non si conserva per via dei pezzi rotti, ammaccati o che si perdono per strada…

[2] Credo, col senno di poi, che le mie storie siano state fortemente condizionate dal mio peregrinare per il regno, immerso in questo turbinio di impegni.

[3] Sempre detestato chi pretende giustamente di essere rispettato ma poi non rispetta il tuo lavoro.

[4] Lo spettacolo della fisica. Capire la scienza con l’arte della giocoleria – Ed. Dedalo

[5] Per la scuola di preparazione OLIFIS di AIF, per L’Isola di Einstein (Psiquadro) e qualche spettacolo di beneficienza per ArterEgo

[6] Le favole del giocoliere della scienza, per i bambini delle elementari e una rivisitazione de Il metodo infallibile, per ragazzi e adulti.

[7] Nello specifico una action camera professionale così da assicurarmi qualità dell’immagine, grand’angolo come obiettivo e messa a fuoco rapida.

[8] Che mi ha richiesto 10 mesi di lavoro, da giugno alla prima data, e per la quale sto ancora studiando

[9] Che è il tentativo di riportare le tematiche affrontate in Fisica Sognante dal palco reale a quello virtuale

4 thoughts on “resilienza”

  1. Grazie per questo racconto … Lo condivido perché sento proprio il bisogno di trovare sui social modi, toni e spunti volti alla creatività e al progetto. Un’altra strada non c’è adesso

  2. Dice Umberto Galimberti:
    Anch’io non amo questo termine, e ogni volta che lo sento mi viene in mente quel che diceva Kant a proposito degli psichiatri: “Ci sono dei medici, i medici della mente, che quando trovano un nome pensano di aver individuato una malattia”. Lo stesso dicasi per il termine “resilienza” che gli psicologi spesso usano, forse per dare un’apparenza di scientificità alle loro competenze, prelevando il termine dalla fisica, dove è impiegato per indicare la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi. Il termine fu in seguito adottato anche dall’ecologia per segnalare la capacità di un ecosistema di resistere a un livello di degrado all’apparenza irreversibile. Da ultimo il termine è stato adottato anche in ambito economico in ordine alla capacità di un’impresa di resistere e saper cogliere opportunità anche in periodi di grave recessione.
    La condizione di “resilienza” era già stata segnalata nella Grecia antica dagli Stoici, secondo i quali il dolore, al pari della gioia, appartiene alla vita, e siccome non è una punizione degli dèi e non rende migliori, non resta che reggerlo (substine) e astenersi dal metterlo in scena (abstine). A loro parere l’unico bene che l’uomo dovrebbe perseguire è la virtù che ha nomi diversi a secondo dei domini cui è riferita: la saggezza verte sui compiti dell’uomo, la temperanza sugli impulsi, la fortezza sugli ostacoli, la giustizia sulla distribuzione dei beni. Temperanza e fortezza, che sono termini chiari e comprensibili, dicono meglio di “resilienza” come si perviene a quell’ideale della condotta umana che gli Stoici chiamano controllo di sé, fino a raggiungere il massimo equilibrio nella gestione delle passioni, delle emozioni e del dolore.
    Prelevare dalla fisica un termine (resilienza) per dire temperanza, fortezza e controllo di sé, significa trattare l’uomo alla stregua di un materiale fisico che resiste all’urto senza spezzarsi, e trascurare il fatto che l’uomo non è una cosa, perché in lui si agitano passioni, emozioni, sentimenti, angosce, dolori, fantasie, ideazioni, immaginazioni, sogni, sollecitazioni che provengono dal mondo che lo sollecitano e lo impegnano, lo illudono e lo deludono, lo esaltano e lo abbattono, in quel gioco vertiginoso, precario e incerto che è la vita, dove non basta resistere come vorrebbe la “resilienza”.
    Quando lei non si sente “resiliente” alle prove della vita non è un motivo per abbattersi, perché vorrei sapere se i “resilienti” che sanno resistere sono ancora capaci di comprendere chi non ce la fa, e quindi di assisterli, confortarli, aiutarli. Se conoscono, oltre alla loro “resilienza”, anche la pietas, l’accudimento, il soccorso, la cura. Perché solo chi conosce la propria debolezza è in grado di comprendere la debolezza altrui e di saperla soccorrere con parole che non siano di generico incoraggiamento, ma di autentica partecipazione, che appartiene solo a chi ha vissuto quella che potremmo chiamare la “fatica di vivere” che, essendo comune a tutti gli uomini, genera quella che Schopenhauer chiamava “compassione”, nell’accezione più alta che non è quella di “compatire”, ma di “partecipare” a quel “patire comune” di cui nessuno può dirsi immune.
    Di partecipazione e non di resistenza alle difficoltà della vita abbiamo bisogno. Di socialità e non di orgoglio individuale ostentato da chi per una volta ce l’ha fatta, perché la precarietà dell’esistenza è sempre sulla soglia della nostra vita e può irrompere in qualsiasi momento, senza nessuna garanzia di potercela ogni volta fare senza l’aiuto dell’altro che conosce cosa stiamo vivendo per averlo a sua volta vissuto. Mettere in comune le sconfitte della vita mi pare molto più interessante che resistere, e decisamente più utile per tentare, come lei dice, di porre rimedio ai mali della società contemporanea regolata da un insopportabile ed esasperato individualismo.

    1. Come sempre Galimberti è una lettura interessante. Mi spiace (ma forse è colpa del cellulare e della lettura frettolosa) non capire dove finisce la citazione e comincia il suo pensiero (o è tutta citazione?).
      L’importante credo però sia capirsi sul senso, al di là delle dissertazioni filologiche.

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