Ma non si stufa?

Ma non si stufa?

“Ma non si stufa?”. A parlare una ragazza (tanto sveglia quanto impertinente) dalla terza fila della terza classe. “Di insegnare sempre le stesse cose, intendo!” chiarisce un attimo dopo. Come se ce ne fosse stato bisogno.

Sono entrato in aula da pochi istanti. Il tempo di appoggiare a terra la borsa e tirare fuori il carica batterie del cellulare (prima o poi la cambierò, la batteria, ma da quando ho approfondito la tematica del riscaldamento globale sto cercando di usare le cose sino alla fine[1]) che vengo investito da queste parole seguite da qualche risatina dei compagni. Se c’è una cosa che i miei ragazzi hanno imparato è che prendo seriamente qualsiasi domanda, e sono felice di confrontarmi con loro sulle tematiche più svariate: credo sia un buon modo per creare gruppo, costruire un rapporto, agevolare un clima conviviale, capirli meglio. Ovviamente il tempo dedicato a queste “digressioni” deve essere limitato, quindi si cerca sempre di stare dentro i 5 minuti, saluti compresi[2]

Buongiorno” le rispondo io, meglio non perdere le buone abitudini.

“Buongiorno”, mi fanno eco loro.

Come state?”.

“Bene, grazie, e lei?”.

“Bene. Qualcuno mi racconta qualcosa?”. E così mi ritrovo a riflettere sulle motivazioni che mi spingono a continuare a fare questo lavoro.

Allerta spoiler! “No!”, la risposta è “No!, non mi stufo”, ma perché?

Quando chiesero a Romolo Valli se non si fosse stancato di recitare l’Enrico IV, dopo 1600 repliche, lui rispose che il segreto è il pubblico: ogni sera è diverso!! Ecco, questo è uno dei fattori importanti. I ragazzi sono sempre diversi e i diversi gruppi classe, così come i singoli studenti, hanno esigenze peculiari, che rendono ogni lezione unica e irripetibile. Molto più dell’andare in scena[3]. Per esempio spesso sai da dove parti, ma non dove approderai (non più tardi di due ore prima di quella domanda mi ero ritrovato in IV liceo a parlare di cosa fosse il tempo, anticipando in parte le riflessioni che tipicamente si fanno in V, quando si tratta la relatività einsteiniana e le conseguenze ontologiche di tutta la fisica del ‘900, a partire dalla meccanica quantistica).

Poi ci sono le volte in cui “non capiscono” e mi fanno il regalo di chiedere: non c’è niente di più divertente e stimolante di cercare modi alternativi per spiegare un concetto. Tra metafore, analogie, parallelismi, dimostrazioni, giri di parole, disegni e quant’altro è una gioia cercare strade alternative. Un po’ per la sfida intellettuale in sé. Un po’ perché spiegandola a chi non capisce, cercando di comprendere cosa sfugge o dove abbiano frainteso o non compreso, la capisci meglio anche tu, la materia: sempre più in profondità. Un po’ perché quando finalmente capiscono (non sempre, ma, per fortuna, la maggior parte delle volte) la luce che si accende nei loro occhi, quella del “cavoli, ecco perché”, è impagabile. Emozionate, a dir poco.

E ancora, da quando insegno, ogni anno approfondisco tematiche diverse. Prima la fisica della giocoleria, poi la relatività ristretta da un punto di vista epistemologico, poi il gioco d’azzardo e la matematica connessa in un’ottica di prevenzione della ludopatia, e ancora i problemi di stima, lo spillover, le interazioni tra linguaggio e didattica, le interpretazioni della Meccanica quantistica, le bufale scientifiche, via, via sino alle dinamiche dei cambiamenti climatici, la fisica del clima e il riscaldamento globale[4]. Questo rende le mie lezioni sempre più ricche (spero!) e me più consapevole della materia.

E poi ci sono gli obiettivi che ti prefiggi: a volta espliciti, altre volte meno, a volte intrinseci, altre volte no. Quelle finalità che l’insegnare (e l’insegnante) ha e che perseguirle diventa senso in sé. Come il fatto che, per essere cittadini consapevoli, oggi, si debbano conoscere l’esponenziale, la scala logaritmica, la differenza tra fissione e fusione nucleare, il metodo scientifico e così via…

Infine c’è l’amore verso ciò che si insegna. Quando ami qualcosa, poterlo condivide con gli altri è una gioia (e un privilegio).

Dai, me la sono cavata!”, penso… e invece: “Ma prof!”, la reazione immediata a questa mia riflessione (sempre dalla terza fila): “Se io parlo di un libro che mi è piaciuto a qualcuno che non lo ha apprezzato, poi mi scende[5] il libro!”. Ciò che intendeva, anche se non credo serva spiegarlo, era: “Come fa a non perdere l’entusiasmo o l’amore verso la materia quando capita che le persone con cui la condivide non la apprezzino?”. O, più terra a terra: “Visto che mi fa schifo e lei lo sa, non dovrebbe alla lunga fare schifo anche a lei?”. In realtà non credo che non le piaccia, sicuramente non le fa schifo, e i voti sono buoni, ma la domanda ha senso. “Vedi, se esco con qualcuno per cena e questo mi dice che non ama Frankenstein Junior, chiedo il conto!”. Non so fino a che punto abbia apprezzato (o capito) la citazione, ma erano già passati i famosi 5 minuti, e dovevamo cominciare a lavorare, e quella battuta mi sembrava una buona chiusura. Ovviamente non è così. Non “letteralmente”. Non mollo gli studenti “al tavolo” perché la materia non la amano o non la capiscono (spesso le due cose vanno di pari passo), ma me ne faccio carico (o almeno ci provo) e ci lavoriamo su. Ed è questo che rende così bello questo mestiere. E, sopra a tutto, impossibile stufarsene.


[1]E sei anche un po’ plumone” direbbe mio padre. Termine bolognese per dire “tirchio”, e non avrebbe tutti i torti.

[2] A meno che il tema trattato non li colpisca particolarmente… Mi è capitato di “investire” anche un’intera ora al confronto, una volta capito che il “tema” era per loro un’urgenza. Come quella volta che una ragazzina si suicidò il primo giorno di scuola, in un paesino della provicia.

[3] E visto che le repliche del solo Fisica sognante sono a oggi più di 450 penso di essermi fatto un’idea in merito.

[4] Grande fortuna la mia: avere due mestieri che si intrecciano così bene. Non lo nego. Spessissimo quello che approfondisco per le conferenze spettacolo rientra in classe a mo’ di lezione, così come ciò che studio a lezione (o le dinamiche di classe) diventano argomento (o battuta)  delle performance.

[5] Metafora di “ perdo l’interesse per”, inteso come (credo) “perde posizioni in classifica”


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