D’oh!

5 Maggio 2024

D’oh!

Da sempre dico ai miei studenti di studiare, non perché in nomen omen, ma per essere cittadini, per comprendere il mondo o anche solo, più prosaicamente, per trovare un lavoro. Ma possedere un diploma aiuta davvero a trovare lavoro?

Facciamo finta di avere una popolazione formata da 1000 individui: 400 “giovani”, di cui 320 diplomati, e 600 “anziani”, di cui solo 120 hanno conseguito il diploma. Situazione plausibile, questa, in cui si ha un 80% di diplomati tra gli “sbarbini” contro un 20% dei più attempati, dato che, negli anni, il livello di istruzione (e l’età dell’obbligo scolastico) è aumentato progressivamente. Ipotizziamo, inoltre, che i disoccupati siano 24 tra i non diplomati di entrambi i gruppi e 48 giovani contro 4 anziani tra quelli che hanno conseguito la maturità. Anche questa ipotesi è per molti versi plausibile, dato che, per dinamiche tutte interne al mercato del lavoro, i giovani solitamente faticano maggiormente a trovare un impiego. Avremmo, in altre parole, una disoccupazione del 18% (72/400) tra gli juniores e del 5% circa (28/600) tra i seniores. Bene, partendo da questo “caso di scuola”, come rispondere alla domanda iniziale?

Cattura 3

Rimaneggiamo un po’ i dati. Delle 1000 persone del campione iniziale, 440 avrebbero conseguito la maturità, quindi il tasso di disoccupazione sarebbe dell’11,8% (52/440) contro un 8,6% (48/560) dei non diplomati. E dunque diplomarsi è controproducente!

D’oh!

Possibile? Il diploma davvero ostacola l’ingresso nel mondo del lavoro? O forse dietro questi dati c’è altro? Il segreto, come ci insegna il buon vecchio Simpson (non Homer, né O.J., ma E.H.), sta nel non mischiare mele con pere! Proviamo a considerare la percentuale di coloro che hanno trovato lavoro, per ognuno dei gruppi, distinguendo fra diplomati e non diplomati: separando per età occupati e non, otteniamo che avere in tasca il diploma di maturità fa passare il tasso di occupazione dal 70% all’85% per le “giovani speranze” e dal 95% al 96,7% per le “vecchie glorie”.

Più in generale, quando si studiano dei dati, vale la pena chiedersi se, tra le variabili in gioco, esistano o meno relazioni implicite, così da evitare di studiare dati aggregati quando non dovrebbero esserlo. Per esempio, due serie di dati con correlazione negativa, se studiati insieme, potrebbero presentare una falsata correlazione positiva (si veda l’esempio in figura).

Un esempio più concreto? I ricoveri ospedalieri, in Israele, a causa del Covid-19 tra vaccinati e non. Confrontando tra loro i dati “assoluti” si può avere la percezione errata che la vaccinazione porti più facilmente all’ospedalizzazione, e studiando gli aggregati che la vaccinazione non abbia migliorato la situazione, mentre tenendo conto dell’alta percentuale delle vaccinazioni nel Paese e del fatto che fra i più fragili il tasso di vaccinazione è più alto si arriva facilmente a dimostrare l’efficacia del vaccino.

La matematica è potente. L’ignoranza matematica pericolosa. Se vogliamo essere cittadini, sono competenze, quelle matematiche, di cui non possiamo fare a meno.


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Il presente articolo è stato pubblicato sulla rubrica “Fisica? Un gioco.” – Sapere, dicembre 2021 – ed. Dedalo.

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1 commento

  • Bell’articolo,da usare per l’, orientamento scolastico verso le discipline STEM,troppo pochi gli amanti dei numeri

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