Un giocoliere italiano in Tanzania

Un giocoliere italiano in Tanzania

 

Non si può dire che conosca la Tanzania. Ma ho avuto la fortuna di visitarla più volte e non con gli occhi del turista…

La Tanzania è grande, un territorio vasto, è quattro volte l’Italia, ma come in un frattale ogni sua parte contiene il tutto. Nei muri delle case, fatti della sua terra rossa, c’è tutto lo sfruttamento che quelle terre hanno subito e subiscono ancora oggi. Nei piccoli bazar che trovi lungo le strade che tagliano la savana trovi il caos delle grandi città. Negli occhi di un bambino trovi tutta la storia, il tempo, le speranze, le promesse disattese, le tradizioni, i sogni ancora vivi, la superstizione di una terra antica e giovane al tempo stesso.

Il “tanzaniano quadratico medio” è sfruttato, pigro, bugiardo, rassegnato, violento. Un po’ per colpa, un po’ perché vittima: della sua famiglia, degli insegnanti, della società tutta, della storia, di politicicorrotti e multinazionali senza molti scrupoli.

Non so cosa sia il mal d’Africa, ma ogni volta che ritorno in Italia ho … il “mal di qua”. Non appena incontro il superfluo, la moda, il consumismo, l’apparire che tanto oggi caratterizzano in nostro mondo provo un senso di nausea che mi accompagna per giorni.

Non ho mai provato il mal d’Africa perché l’ho vissuta “da dentro”. Perché ho sentito e vissuto cose che tutto sono meno che un posto in cui vorresti vivere o tornare. Credo che sia impossibile provare il mal d’Africa, se la si conosce così… Credo che sia impossibile innamorarsene, vivendola così… e non vedo l’ora di tornarci.

Non vedo l’ora di tornarci perché in buona parte, se riesci a star lontano dalle spiagge di Zanzibar o dal caos di Dar es Salaam, è una terra immacolata, con alberi maestosi, scimmie ovunque e zebre e leoni e fiori coloratissimi ed un cielo immenso, molto più grande del nostro, molto più blu. E le stelle sono… tutto.

Perché in una terra così bisognosa un tuo gesto, ogni tuo gesto è… importante. In ogni tuo agire senti di avere senso e centralità.

Ma soprattutto perché in Tanzania c’è “la casa con le ali”… Nyumba-ali è una piccola ONLUS nata dall’amore di due amici, Bruna e Lucio, per la principessa Mage e dalla follia di avere il coraggio di seguire un sogno. Stregati dal sorriso di quella giovane disabile si sono trasferiti ad Iringa, nel mezzo della savana, per prendersi cura di “due, tre, massimo dieci bambine…”, dicevano… Ma in una terra così povera e senza regole è già tanto se sai quale sarà il primo passo, ma poi, dove ti porterà il viaggio… è tutta un’altra cosa. E così oggi, tra l’altro, coordinano e gestiscono tre centri di accoglienza che si prendono cura di decine di bambini con handicap fisici e mentali. Centri dove i piccoli trovano amici con cui giocare, palestre, psicologi e fisioterapisti, un pasto caldo, latte e la possibilità di lavarsi, una scuola… E questa è una gran cosa, perché dettata dal solo amore, disinteressato e spassionato, ma soprattutto perché fatta in Tanzania: nascere disabile in queste terre è peggio di quel che fu nascere disabilea Sparta.

Io sono stato ospite loro, come amico, per trovarli, per stare in compagnia, dare una mano in casa e con i bambini…ma sono anche un giocoliere… e così ho avuto la fortuna di esibirmi a decine di migliaia di chilometri da casa.

Inizialmente dovevo fare, due, tre esibizioni…poi, la prima volta in cui andai a trovarli, feci 27 spettacoli in 30 giorni. Villaggi, missioni, ospedali, centri AIDS, scuole, orfanatrofi … ed è stata una esperienza unica. Innanzitutto artisticamente, perché mentre io ho un modo di fare spettacolo basato sulla parola, in quelle terre non solo non potevo parlare (mica conosco lo swahili) ma non potevo neanche gesticolare: nessuno dei nostri gesti ha significato, per loro. Nessuno. E poi umanamente, perché avere centinaio di occhi “vergini” che ti guardano è molto, molto più che emozionante. Dà le vertigini.

Tra i mille momenti che ho vissuto e che porto nel cuore, ce ne sono due che vorrei raccontarvi, condividere.

Dopo il primissimo spettacolo un uomo mi si avvicinò, quasi incredulo, e, facendosi tradurre dall’interprete, mi chiese se avessi preso una pozione! Era convinto che per poter giocare con 7 palline avessi fatto ricorso alla magia nera. Questo dà il senso di quanto sia profonda e radicata la superstizione in Tanzania, perché quell’uomo non era una persona qualsiasi ma, scoprii solo in un secondo momento, il capo villaggio. Da quel giorno il mio esibirmi prese così una valenza “educativa”: dopo ogni spettacolo un interprete sottolineava che tutto quello che avevano visto era frutto di solo allenamento e che con tempo e perseveranza tutti avrebbero potuto fare lo stesso. Non so quanti ci abbiano creduto, ma so per certo che hanno visto più di un ragazzo provare a lanciare pietre (sì, avete capito bene: pietre!) a mo’ di palline, nei giorni seguenti.

Nel 2009, il giorno dopo lo spettacolo nella spianata della chiesa di Iringa andai a fare un giro in monociclo tra le case della prima periferia. Mentre pedalavo sul terreno polveroso prima 1, poi 2, 3 … 7 bambini scalzi di 4, 5 anni al massimo, hanno cominciato a corrermi dietro e mi hanno inseguito, urlando il mio nome, per qualche chilometro. Credo che questo dia il senso di quanto la Tanzania sia, tutto sommato, ancora vergine, da scoprire, piena di energia. E quindi di speranza.

Una prima versione del presente articolo è stata pubblicata su InformAle, la rivista di Casa AlessiaOnlus: associazione per la quale mi esibirò in una giornata di raccolta fondi il prossimo 11 ottobre presso il Cineteatro Fanin di San Giovanni in Persiceto. Se siete in zona e non sapete cosa fare…

8 thoughts on “Un giocoliere italiano in Tanzania”

  1. saltella,pedala, cadi, rialzati, corri, stai fermo sul monociclo e mentre pedali guardati attorno : Africa, Italia, Iringa, Bologna seguono le tue ruote e girano con te assieme a tutti noi. Mama Twiga

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