superiori o università?

superiori o università?Ha mai pensato di andare a insegnare all’università?”. A parlare un ragazzo sui 25 anni, dalla quinta fila. Ho appena terminato una replica di Prima, dopo, ora per l’INFN di Bologna in occasione della Notte Europea dei Ricercatori. Sono contento: l’aula è gremita! La replica della mattina non era andata altrettanto bene, circa 150 persone dei 350 posti disponibili, ma il pomeriggio erano rimaste libere poche sedie. E che tanta gente avesse deciso, un sabato pomeriggio di fine settembre, invece che fare qualsiasi altra cosa, di venire ad ascoltare una chiacchierata sulla Relatività Ristretta mi rende entusiasta. Poi la replica in sé è andata particolarmente bene: il testo è scivolato via leggero e veloce, la platea mi sembra aver recepito e, soprattutto, aver seguito anche i passaggi più difficili. Hanno riso, si sono interrogati e mi hanno ripagato con un bel applauso, a fine performance. Insomma, mi sento leggero e, con la stessa leggerezza, ho risposto. “No. O meglio, sì, ci ho pensato, ma non potrei. Il livello richiesto, tecnicamente, è più alto di quello delle superiori. Appena laureato poteva essere una delle strade, certo, ma dopo 17 anni che insegno in licei umanistici non ho più la preparazione. Pensate, qualche tempo fa ho riaperto la mia tesi di laurea[1] e mi sembrava scritta in geroglifici[2]”. Le domande sono state tante e varie, come è varia la platea: per età e formazione. Pochi sparuti bambini, che mi hanno fatto l’enorme complimento di non addormentarsi, e poi su, su sino a pensionati da tempo e tra loro studenti, laureandi e neo laureati, professori di superiori e università, maestri elementari, ingegneri, ricercatori, ma anche persone che, con la fisica, non hanno nulla a che fare: psicologi, impiegati, giornalisti, filosofi… Rispondere a tutte, farlo in piena onestà ma dosando le parole e cecando di mantenere il clima leggero a volte non è facile… capita che, quando il pubblico se ne è andato, mi ritrovo a ragionare sul detto e a volte vorrei ritrattare, almeno in parte. Altre volte mi capita anche di farlo appena finito di rispondere a una domanda… Altre ancora mi chiedo “ma avrò davvero risposto a ciò che mi aveva chiesto?”. Insomma, la gestione del confronto finale è, al contempo, una parte importantissima ma anche difficilissima. Mentre la performance va in automatico, lì devi improvvisare e non è sempre facile. E, a peggiorare il tutto, ci si mettono anche stanchezza ed euforia… “Secondo me ha sbagliato”. A parlare una docente universitaria fermatasi a far due chiacchiere mentre il pubblico scema. “A rispondere così ha dato l’impressione che i professori universitari siano figure mitologiche, mentre invece basterebbe studiare per raggiungere lo stesso livello”. Le parole non sono state proprio queste, ma il senso sì. Complimenti a parte, per cui la ringrazio, il “rimprovero” c’è tutto. “Insegnare fisica a farmacia non richiede un livello stratosferico: a volte arrivano al primo anno che non sanno neppure cosa siano le derivate. E chi insegna fisica a fisica parla ad una platea selezionata e motivata: questo rende tutto più facile”. Le prometto che ci avrei pensato. Eccomi qui. Innanzitutto, a mia discolpa, io pensavo, quando mi è stata posta la domanda, a insegnare a fisica relatività generale. Credo che la collega avesse ragione, in senso lato: insegnare la meccanica a medicina probabilmente richiede un livello superiore alle superiori, ma tranquillamente raggiungibile con un po’ di sano studio. Potremmo ora riflettere su quanto sia giusto abbassare il livello e fino a che punto, in quei contesti, ma non era questo, credo, il senso della domanda[3]… Penso però, altresì, che per insegnare teoria dei campi alla magistrale di fisica non basti solo studiare. O non dovrebbe. Il livello dei docenti di materie così complesse e delicate dovrebbe essere altro da quello raggiungibile da chiunque con “solo un po’ di studio”. Sto dicendo cosa penso dovrebbe essere, che è altro da cosa può essere o da cosa sia in realtà. Stando così le cose potrei allora riformulare la risposta in “sì, potrei, ma non tutto”, ma la domanda del ragazzo non verteva sul “potrebbe?”, credo, quanto più sul “vorrebbe?”. E quindi riformulo. “No, non vorrei. L’insegnamento alle scuole superiori ha peculiarità tutte sue, di cui sono proprio innamorato. Il rapporto che si crea coi ragazzi, la possibilità di approfondire di anno in anno aspetti diversi adattando il lavoro al gruppo, la sfida che rappresentano i disamorati alla materia, il percorso per farli innamorare della stessa partendo da zero per arrivare alla relatività generale, tra semina e raccolti, … senza contare che vivono un’età così peculiare che ti senti, col tuo lavoro, nei modi e nel merito di esso, di essere significativo, e, quando efficace, di diventare importante. No, mi piace troppo insegnare alle superiori per cambiare. Senza contare che i ragazzi sono un po’ come il mio ritratto di Dorian Grey: loro avvizziscono, mentre io…”. ___ Due giorni fa (oggi è il 10 febbraio) sono rientrato da una tre giorni in Molise dove ho portato in scena tre lavori diversi: sull’onda dell’entusiasmo, prima delle note, condivido una cosa che ho realizzato in questi giorni! Fisica sognante, Prima, dopo, ora e Relatività: la rivoluzione formano una trilogia! Fisica sognante è il primo capitolo: si regge da solo, parla di un mondo (la fisica che c’è nella giocoleria, la meccanica), ma lascia aperta una domanda e chiude con una riflessione importante. Prima, dopo, ora, il secondo capitolo, invece, parla di cosa c’è alla base del primo film, su cosa si sorregge quel mondo (lo spazio e il tempo) e di come la discussione in merito si sia dipanata nei secoli (dal punto di vista fisico, storico, epistemologico) sino a riprendere la riflessione conclusiva di Fisica sognante e, nel ristrutturarla a causa delle conclusioni cui giunge Einstein (la Relatività ristretta), lasciare aperti due grandi problemi teorici. Relatività: la rivoluzione, il capitolo conclusivo, parte proprio dai problemi lasciati aperti in Prima, dopo, ora (introducendo la Relatività generale), per rispondere alla domanda posta in Fisica sognante e, tramite tale risposta, aprire il vaso di pandora… (no, non vi dico come finisce! Nessuno spoiler!). Senza contare che, nel formulare le riflessioni conclusive, si scomoda il teorema dei grandi numeri: introdotto, studiato e affrontato ne L’azzardo del giocoliere: lo spin off! A parte il rammarico di portare poco in scena proprio il capitolo conclusivo (forse perché reputato più ostico) definito però dai colleghi di Campobasso “il più bello” e sottolineando come i tre si reggano in piedi tranquillamente da soli, il portarli in scena tutti insieme in due giorni è stato emozionante. Non vi nascondo che avere scuole che, come progetto, facciano come il liceo Romita (Fisica sognante per le III, Prima dopo ora per le IV, Relatività: la rivoluzione per le V, così che nel triennio un ragazzo possa seguire tutta la trilogia) è un mio sogno. ___ [1] Un raccordo di metriche sull’orizzonte degli eventi di un buco nero per studiare come l’espansione dell’universo ne influenzi il collasso. Per i non avvezzi alla terminologia, il tentativo di trovare una continuità tra il “mondo fuori” (l’universo in espansione) e il “mondo dentro” (il buco nero) sulla superfice che ne delimita il confine. Cercare cioè, nella convinzione che “strappi” o “scalini” non siano ammessi, una continuità nella descrizione fisica del mondo e sfruttare poi quanto trovato per inferire conseguenze sul collassare del buco nero. [2] La geometria differenziale effettivamente è un linguaggio abbastanza complesso: difficile sia da imparare ad usare che da leggere. Un esempio di equazione potrebbe essere  dove non solo ogni simbolo ha un significato preciso, ma anche la posizione ad apice o pedice diventa significativa. Fu proprio per questa complessità che, quando discussi la tesi, consapevole che molti degli insegnanti che avrebbero ascoltato la dissertazione non parlavano quel linguaggio, decisi di gonfiare un palloncino nel bel mezzo dell’aula! Quello era l’orizzonte degli eventi, il limite esterno del mio buco nero: ciò che c’era fuori e ciò che c’era dentro le metriche da raccordare. Lo sgonfiarsi del palloncino, il collasso del buco nero. Non so quanto capirono, ma sicuramente non dormirono. E di questo risultato fui molto felice. Fu in quel momento che un docente (Nella Tomasini Grimellini, che mai ringrazierò abbastanza) mi suggerì di fare l’insegnante… ma questa è un’altra storia. [3] Personalmente credo si dovrebbe smettere di abbassare il livello per andare incontro a generazioni che sempre più a fatica seguono certi approfondimenti. Alle superiori, ma soprattutto all’università. __
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5 thoughts on “superiori o università?”

  1. L’aspetto che mi colpisce è legato ad un’idea molto diffusa che riconosce un prestigio crescente agli insegnanti a seconda del “gradino” in cui si trovano.
    Poco più che dei baby sitter sono i docenti delle scuole materne, poi ci sono quelli delle primarie e via via a salire.
    Un professore delle superiori ha una maggiore dignità di quelli delle medie ma nell’Olimpo ci sono loro: i docenti universitari.
    La domanda dello spettatore muove, credo, da questo presupposto. Come mai ti accontenti dell’università? Non hai mai avuto ambizioni più alte?
    Io, che da studentessa alle magistrali pensai ad un certo punto che non sarei stata mai in grado di insegnare, mi sono ritrovata spesso a rimpiangere le mie scelte.
    Credo che sarei stata una brava insegnante e mi sono domandata a chi mi sarebbe piaciuto insegnare.
    E’ come quando i genitori parlano dell’età più bella dei loro figli. Hanno tutti le idee chiare: da piccoli, mentre a me stanno piacendo tutte.
    Mi piace osservare e mi piace vedere come crescono, imparano e, a loro volta, osservano il mondo.
    Da insegnante credo che avrei amato tutte le fasi, ogni ordine e grado della scuola ma, forse, più di tutte proprio le superiori, quando i ragazzi sono abbastanza cresciuti ma la loro vita è ancora piena di potenzialità e di sogni e se, avessi incontrato qualcuno che i sogni li aveva accantonati, credo che avrei dato l’anima per farglieli ritrovare.
    Capisco il tuo entusiasmo Federico.

  2. La mia professoressa di greco al liceo classico, l’intramontabile Licia Ferro, pochi anni dopo il mio diploma ando’ effettivamente ad insegnare all’universita’, a Pisa se non ricordo male, o comunque in Toscana. Torno’ dopo due anni allo stesso Liceo dove insegno’ a me, al suono tonante di “sono un animale da liceo, io”, che penso condividesse tutto quello che hai scritto anche tu riguardo l’insegnare nelle scuole superiori.

  3. Per prima cosa complimenti per gli spettacoli!
    Devo dire che mi farebbe molto piacere se dovessero essere caricati su youtube (o simili).

    Che pessimismo! In particolare con:
    “per insegnare teoria dei campi alla magistrale di fisica non basti solo studiare. O non dovrebbe.”

    Io mi auguro proprio di sì (che basti). Ai tempi di Tolomeo fare due proporzioni era un’inferno, oggi ci aspettiamo che ci arrivino praticamente tutti i bambini alle elementari. Spero che i miglioramenti nella notazione, nelle metodologie e nel materiale disponibile in futuro rendano accessibile ai più anche la teoria dei campi.

    C’era un esempio celebre forse con uno tra Hilbert o Russell che argomentava sul fatto che con il giusto tempo a disposizione si potrebbe far comprendere ogni dimostrazione matematica “al primo che passa”… Ma non trovo il riferimento.

    Voglio rincarare la dose. Penso che

    (1) Se qualche forma di conoscenza non fosse accessibile a chiunque decida di dedicarci il giusto tempo, questa non dovrebbe essere insegnata in un corso di triennale o magistrale! Chi insegna ha la responsabilità di fornire un materiale assimilabile in un numero di ore (a grandi linee, per chi ha i giusti prerequisiti ecc… ecc…) proporzionate ai crediti del corso…

    (2) Abbiamo imparato qualcosa solo quando siamo in grado di spiegarlo (in gran parte dei casi male, ma questa è un’altra storia).

    La tesi (ovvero che chiunque può insegnare fisica in università) segue!

    Un’ultima considerazione. Mi turba il fatto che a un bravo docente di scuola secondaria si chieda “perché non insegni in università” ma non è altrettanto comune chiedere a un prof. Universitario particolarmente portato all’insegnamento: “perché non insegni alle superiori?”. Anzi, se viene fatta la domanda spesso è in segno di scherno. Trovo che le due professioni siano diverse e non ce n’è una migliore dell’altra. In Italia non si dà la giusta considerazione alle scuole secondarie e la mia impressione è che all’estero il gap sia più ridotto (anche in USA ad esempio).

    1. Credo che non siamo d’accordo, o non ci siamo capiti. Non sugli spettacoli! per quello ti ringrazio… ma per il resto…
      Sicuramente dai tempi di Tolomeo passi se ne sono fatti e se ne faranno ancora, anche se dubito che la teoria dei campi diventerà accessibile a tutti. Ma è solo un’opinione, chi vivrà… ciò di cui invece sono convinto è che Russell, o chi per lui, avesse torto: non tutta la matematica è per tutti. E tra la matematica delle superiori e quella dell’università, in tal senso, c’è una differenza nettissima (come linguaggi, formalismo, tempi, approfondimenti e profondità, difficoltà, …).

      Ma stiamo sullo specifico :

      1) credo che l’esistenza di 9 intelligenze diverse mini fortemente il tuo preambolo (non è solo una questione di tempo, soprattutto per il sapere universitario. Soprattutto se si intende che qualcuno la materia deve padroneggiarla, non solo passare l’esame). Ma la parte che maggiormente contesto è la figura del docente: non dovrebbe limitarsi a passare il giusto materiale (anche se a volte fanno solo quello). Dovrebbe portarti “dentro” la disciplina, sottolienando modi, tempi, collegamenti, potenzialità, motivazioni… altrimenti tanto varrebbe mettere la gente davanti a un buon libro o a un tutorial.

      2) conosco persone (anche prof), luminari nel loro campo, incapaci di comunicare il sapere.

      Da cui non basta sapere per sapere insegnare.
      E livelli di apprendimento diverso, diversi livelli di profondità, diverse età (un 15enne è ben diverso da un 25enne) richiedono figure diverse.

      Sulla conclusione, invece, siamo perfettamente d’accordo.

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