lavorare non fa rima con amare

premessa importante: questo articolo l’ho scritto mesi fa, prima che finissimo tutti in quarantena. ora, in questo momento di “sospensione” e incertezze, rileggo queste righe con un nota di malinconia, ma mi aiutano ad avere chiaro in mente l’obiettivo di domani.

lavorare non fa rima con amare

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita.

Questa famosa massima, ritrovabile in innumerevoli altre versioni tutte similari, è ascritta a Confucio. Chissà se è vero che si espresse così, o se quello che emerge dalle parole è il senso che voleva dare alla frase? Perché si sa, il tradurre in altra lingua è mestiere difficile! Tante sono le insidie: tecniche, temporali, culturali o anche semplicemente personali. Nel tradurre, lessici desueti o sconosciuti, modi di dire o tradizioni, background culturali o ancora nostre aspettative, convinzioni e desideri, possono influenzare il prodotto finale, cambiando irrimediabilmente il significato originale. Ancora ricordo quando alla prima lezione di storia della filosofia[1] il docente ci lesse due traduzioni diverse della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti:

Noi riteniamo che sono per sé stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dal Creatore donati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità/Benessere”.

Il solo cambiar quella parola, tradotta con due accezioni diverse, stravolgeva completamente il significato della frase stessa[2]. Quindi sarebbe bene leggere gli originali, in lingua, magari dopo aver approfondito il periodo storico in cui sono stati scritti… Ma visto che non parlo il mandarino del 550 a.c. dovrò fidarmi dei meme che si trovano in rete. Fatto sta, mi trovo in disaccordo.

Premessa fondamentale, amo immensamente i miei mestieri! Per motivi peculiari, ma anche perché sono più di uno. Probabilmente il saltare da un mondo all’altro mi aiuta a non “imparanoiarmi”, a non fissarmi, a non sentir la pesantezza di alcune dinamiche, ma sono le peculiarità a piacermi davvero.

Dell’insegnare, amando le scienze e il pensiero scientifico (in primis fisica e matematica), è il poter trasmettere questo amore ad altri a piacermi. Poi adoro quando vedo accendersi nei ragazzi la scintilla del sapere: è emozione del tutto peculiare, quella che provi quando vedi illuminarsi uno sguardo perché “cavoli, ho capito!”. Poi mi piace quando qualcuno non capisce, perché mi costringe a cercare strade altre per spiegare, e nel farlo devo scervellarmi, arrampicarmi su strade a volte inesplorate, e quando finalmente (non sempre, certo) arriviamo insieme alla meta, quello che provo è un barlume di realizzazione, senza contare che, da quel momento in poi, anch’io ho capito un po’ meglio ciò di cui parlavamo. Perché l’insegnante, non mi stancherò mai di dirlo, è come il buon vino: invecchiando migliora. Sottolineo: se è buono migliora, se no diventa aceto… E ancora, a volte far lezione è come dare spettacolo, e riuscire a tenere l’attenzione di 25 adolescenti per una o due ore è impresa soventemente ardua, così come riuscirci, narciso come sono, è fonte per me di piacere estremo. Poi voglio bene ai ragazzi, sto bene con loro, mi piace viverli… sono un po’ come il mio ritratto di Dorian Gray: io resto giovane, mentre loro avvizziscono! Infine (ma sicuramente dimentico qualcosa) sento, con questo lavoro, di “lasciare un segno”, di essere in qualche modo utile, di partecipare al vivere democratico e alla formazione di giovani menti, e amo tutto questo.

Del divulgare amo, ancora una volta, il poter parlare delle materie che mi appassionano (anche se con finalità, modi e tempi diversi dall’insegnare), mi piace da impazzire il confronto col pubblico, a fine performance, perché si sembra di poter, ancora una volta, veicolare messaggi e al contempo crescere la consapevolezza in merito alle diverse tematiche, e sguazzo negli applausi e tra le risate. Gli applausi perché sono esternazione di apprezzamento per il fatto, e quel fatto spesso è frutto di lungo studio o estenuanti allenamenti, le risate perché sono risposte a battute costruite a tavolino recitate sempre nello stesso modo, e quindi la risata del pubblico è sia riconoscimento che han trovato divertente il tuo lavoro, ma anche che sei riuscito a renderlo fresco, spontaneo, come se ti fosse venuto in mente in quel momento[3]

Del fare spettacolo in genere amo ovviamente risate e applausi, per gli stessi motivi, ma anche l’emozionare il pubblico: cosa difficile e che non sempre riesce, ma quando “arrivo”… wow. E poi mi piace mettermi alla prova, da morire, e gli spettacoli che scelgo di rappresentare (essendo poco il tempo che mi rimane causa le altre professioni mi permetto di scegliere) sono sempre un “alzare l’asticella”. In Gentlemen, per esempio, si mischiano insieme teatro fisico, teatro di parola, danza e giocoleria, senza contare che il ritmo del lavoro e le energie sono diversissime da un momento all’altro e poi è uno spettacolo pieno di “appuntamenti” da rispettare. Ne I proverbi sono controsostantivi, invece, c’è un testo difficilissimo e velocissimo, che non permette di pensare e richiede un continuo incastro con l’altro attore. Ne Il sogno del pagliaccio addormentato, infine, recito la parte di 10 personaggi diversi in un’ora… Ecco, “riuscire” è sempre fonte di grande piacere…

Amo quindi ciò che faccio, per motivi diversi e in modi e tempi diversi, ma…

L’insegnamento richiede un insieme di pratiche burocratiche che gestire è tutto meno che divertente, senza contare che toglie tempo alla didattica e quindi “odio”! Poi ci sono le riunioni (consigli di classe, dipartimenti, collegi, gruppi operativi, …) che (per mille motivi che ora non sto ad elencare) spesso sono deludenti (…se solo i ragazzi vedessero come l’insegnante quadratico medio di comporta ai collegio docenti…), anche solo perché, tristemente, la didattica passa soventemente in secondo piano (quando non al decimo…). E poi ci sono i ricevimenti genitori, tortura tanto per noi quanto per loro: non conosco collega che li adori. Certo, visto che la mela non cade mai molto lontana, a volte conoscere l’albero è bello e istruttivo, ma la maggior parte delle volte… Infine (anche se avrei ancora da dire) ci sono responsabilità che i docenti si prendono, ma che non sarebbero tenuti ad avere (e non dico altro, ma penso possiate immaginare). Ecco, tutto questo è a dir poco faticoso, causa, a volte, di ansia e stress, un dovere, non un piacere.

Il divulgare e il far spettacoli, invece, richiedono di gestire mail e contratti, contabilità e pagamenti, versamento di tasse e contributi, e via discorrendo: una mole di lavoro che quattro o cinque volte a settimana mi porta a stare un paio d’ore (almeno) davanti al pc. Senza contare i voli, i treni e gli alberghi da prenotare, i permessi alla dirigente da richiedere, il sito da gestire e aggiornare… E poi ci sono le tournée, che ti portano a stare lontano da casa e i letti scomodi e le levatacce (perché se alle 8 devi lavorare a Modena e ti serve un’ora per allestire, ti devi alzare alle 5:30) e i rientri a orari proibitivi (perché quando finisci a Varese alle 23, tra disallestimento, pubblic relation e viaggio, prima delle 2:30 non sei a letto!)… senza contare le combo “rientro proibitivo” più “levataccia” o “levataccia” più “collegio docenti” nel pomeriggio… Insomma, come nell’insegnare, anche questi mestieri hanno qualcosa di faticoso, causa di ansia e stress, doveri che non sono un piacere.

…e l’insieme dei tre mi porta a frequentare poco gli amici: mi manca il tempo o, a volte, quando ci sono, sono stanco… Mi sto lamentando? No. Mi piacciono i miei mestieri, amo farli, mi realizzo nel viverli, ma non dite, vi prego, che non sto lavorando.

Ora, nella speranza di non scadere nel banale (più di quanto non abbia già fatto), auguro a tutti il trovare un lavoro che amiate, ma, fateci pace, a qualcosa si deve rinunciare. Se è veramente un lavoro, vi causerà ansie, fatiche, stress… e se lo amate magari saranno amplificate! Anche se l’amare aiuta poi a sopportarle meglio…

Aggiungo ancora: tutti abbiamo il diritto/dovere di essere felici, di realizzarci, o almeno di vivere provandoci. Beh, credo che ci sia un grande fraintendimento (che tanti vivono): la realizzazione nel lavoro è una possibilità, non La possibilità. Non l’unica insomma. Parlo da privilegiato, certo, ma troppo spesso mi sono confrontato con chi, nel tentativo di realizzarsi lavorativamente (magari senza neppure saper cosa volessero fare davvero), dimenticavano di vivere.


04/05/2020 – domani queste righe saranno pubblicate sul mio sito. Mi sono chiesto se cancellare tutto, oggi che tutti e tre i miei mestieri sono stravolti, se non sospesi a data da destinarsi. Nell’insegnamento a distanza fatico a riconoscermi, i palcoscenici dove mi esibivo sono chiusi e nessuno ne parla e il divulgare (come lo intendo io, come sono capace di farlo) è lontano dal ripartire: tra scuole chiuse, festival annullati, assebramenti vietati e teatri dimenticati… Ma rileggerle mi ha aiutato a ricordare quanto tutto questo “sia io” e quanto desideri riappropriarmi del “mio mondo”. Se e come cambierà non mi è dato saperlo e non è detto che sia in peggio (imparerò a prendermi più tempo, per esempio?)! Ma ho un obiettivo, e tanto mi basta.

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[1] Dopo la SSIS (Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario) decisi di iscrivermi a Filosofia: era una materia che avevo sempre amato e sempre mi era interessata, ma venendo da studi tecnici non avevo mai potuto approfondire, sapevo che una seconda laurea mi avrebbe aiutato nel mondo dell’insegnamento, ma soprattutto era una facoltà piena di ragazze… uscivo da un momento delicato… insomma, avevo bisogno di fare cose nuove, belle e di conoscere gente. Fatto sta però che poco dopo conobbi il mondo del teatro e iniziai l’accademia, diedi tre esami in un semestre, ma poi dovetti scegliere cosa continuare, perché il tempo non bastava proprio… il resto è storia.

[2] C’è un mondo di differenza tra Felicità e Benessere e su cosa un governo debba fare per far sì che i suoi cittadini siano l’uno o l’latro, non trovate?

[3] In Fisica Sognante, per esempio, ad un certo punto dico uno strafalcione e mi scappa da ridere. Il pubblico a quel punto ride del mio ridere, del mio mal celare l’imbarazzo per l’appena detto. E più ridono loro, più rido io… Ma la prima risata è recitata, e il fatto che non se ne rendano conto è, per me, frutto di grande piacere. Amo quel momento.

One thought on “lavorare non fa rima con amare”

  1. Bel pensiero, mi piace come descrivi l’amore per i tuoi mestieri. Si vede che c’è passione. Avere la fortuna (o fare la scelta) di poter praticare il lavoro che amiamo è un dono molto grande. Ovviamente come in ogni attività ci viene richiesto tempo, fatica ed energia. Spesso per tenere in vita una passione dobbiamo svolgere anche attività che forse non ci piacciono così tanto (ad esempio le pratiche burocratiche e via dicendo). Dopotutto si chiama “lavoro” e non “passatempo” proprio perché impieghiamo e dedichiamo il nostro tempo alla realizzazione di qualcosa, ovvero facciamo un investimento. Il nostro tempo e le nostre energie vengono impiegate per costruire e tenere in vita una realtà magica che è frutto dei nostri sogni più belli e che pian piano diventa realtà. Proprio per questo ci sentiamo realizzati e la soddisfazione che viene dalle piccole conquiste giornaliere ci da la forza di procedere più carichi di prima e ripaga ampiamente tutti gli sforzi e la fatica necessaria per realizzare il nostro scopo. Sentiamo che quello che facciamo ci piace, ci soddisfa e ci realizza; sì, può essere faticoso, ma lavorare senza fatica sarebbe come dire che un calciatore gioca senza sudare o un tennista non avverte il calore del sole dopo ore di allenamento all’aperto in una giornata afosa estiva. Una passione è pur sempre una passione e la fatica la rende ancora più preziosa in quanto a fine giornata ci rende soddisfatti per quanto siamo stati in grado di realizzare e compiere. Sebbene le difficoltà sappiamo che ci siamo riusciti, che ce l’abbiamo fatta e sentiamo l’istinto irrefrenabile di volerne ancora, avere nuove sfide, sempre più difficili, metterci alla prova e realizzare sogni sempre più ambiziosi. Sentiamo nel profondo che è proprio quello che vogliamo fare e che continueremo a fare perché è nella nostra natura. L’amore per il nostro lavoro ci dà la carica necessaria per affrontare il nuovo giorno, vogliosi di nuove sfide e nuove avventure ci lanciamo elettrizzati giù dal letto la mattina, forse un po’ stanchi e ancora assonnati, ma emozionati e curiosi di vedere cosa ci aspetta e assaporando già le immense soddisfazioni che il nostro mestiere potrà regalarci.

    Sono partito con l’idea di scrivere un breve commento, ma poi mi sono fatto prendere un po’ la mano ahah (il titolo di questo articolo è provocante e non lo condivido appieno, però il messaggio che hai successivamente esposto lo ho trovato molto chiaro e condiviso). Semplicemente volevo ringraziarti per quello che scrivi e dirti che leggo spesso i tuoi articoli e trovo che hai un modo di scrivere molto fluido e genuino. Complimenti, continua così!

    P.S.: piccola digressione, mi è piaciuta molto anche l’ultima frase “auguro a tutti il trovare un lavoro che amiate, ma, fateci pace, a qualcosa si deve rinunciare.” Trovo che non ci sia niente di più vero, la vita è fatta di scelte e le scelte comportano la presa di posizione e di fronte ad un bivio la rinuncia a qualcosa in favore di un’altra. Restare fermi ci fa cadere nel cerchio degli ignavi e fa accumulare i rimpianti che avremo in futuro. Invece scegliere, andare avanti, prendere una posizione e provare nuovi scenari ci permette di realizzarci. Il fallimento può capitare in seguito ad una scelta sbagliata, ma non è letale, l’importante è rialzarsi e provare di nuovo, provare strade diverse e modi diversi di approcciarsi alla vita, forti del esperienza acquisita e vogliosi di farne altrettanta. L’importante è non smettere di vivere e di inseguire i propri sogni. Come ci sono i fallimenti ci sono anche i successi, e uno solo di essi vale tutti gli insuccessi che si sono incontrati per raggiungerlo. Per vivere il successo è necessario prendere delle decisioni e queste scelte porteranno tante soddisfazioni. Prendere decisioni e scegliere è essenziale per poter vivere appieno e realizzarsi.

    Ancora tanti complimenti!

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