La scienza è poliedrica

La scienza è poliedrica

Il seguente articolo è stato pubblicato negli atti del Festival della scienza di Cagliari 2017 al quale ho partecipato. La richiesta era parlare di come è nata Fisica Sognante e di come questo percorso abbia influenzato il mio lavoro di docente (e viceversa, aggiungo io).

 

La scienza è poliedrica! Un caleidoscopio di colori, sfumature, possibilità, stili narrativi, intrecci, storie, metodi, dinamiche, approcci e linguaggi. Coinvolge le diverse intelligenze, l’etica, i sogni, i desideri, la politica. E forse, di tutte le sue branche, la fisica è quella che maggiormente mette in risalto questa caratteristica del sapere scientifico. Big Bang e buchi neri, l’energia nucleare e la bomba atomica, l’entanglement quantistico e il principio di indeterminazione, l’entropia e il concetto di tempo, il ciclo di Carnot e lo Zero assoluto, la luce e le onde, le leggi di Keplero e le teorie di Newton… E accanto a tutto questo compreso la frontiera della ricerca: la materia oscura, l’energia oscura, i computer quantistici, i superconduttori, le nano-particelle… e mondi ancora neppure immaginati da scoprire e inventare.

…poi ci sono i manuali di fisica e il come a volte viene insegnata. Se penso ai primi e dovessi associare loro un colore penserei al grigio. Ripensando agli scritti di Einstein[1] e Galileo[2], solo per citarne due come esempio, mi assale una profonda tristezza. Pensare che la fisica una volta era raccontata con tanta leggerezza e completezza, senza nascondere mai il travaglio intellettuale, in contrapposizione con la schematizzazione e semplificazione, per non dire irrigidimento di oggi… mi mette tristezza. Se penso invece a come a volte viene trasmessa, “venduta” cioè come la formulina da applicare al dato esercizio, mi viene addirittura rabbia.

Non dico, come insegnante, di essere capace di remare nella giusta direzione. Ci provo. E spero di esserne in grado. … il risultato sarebbe da chiedere ai miei studenti. Ma facendo un passo indietro, guardando la scuola e come le fisica viene insegnata da lontano, non posso che provare, almeno in certi casi, rabbia e tristezza. Credo che una delle cose che manca, principalmente, a certi insegnanti o in certi autori sia una visione della materia. Un’idea su cosa è e su come dovrebbe essere trasmessa. Un filo conduttore che leghi assieme i vari capitoli del sapere, restituendogli il loro splendore.

La fisica è prodotto dell’intelletto umano. Strumento per descrivere e prevedere. Tentativo di rispondere alla più bella delle domande, se non la prima, l’unica: perché? Se questo fosse il faro, il come insegnare verrebbe di conseguenza. La storia non potrebbe quindi prescindere dall’insegnato: quali sono stati gli sforzi, i tentativi, le vite dei protagonisti, i loro fallimenti, il periodo storico di contesto dovrebbero essere parte integrante di ogni ciclo di lezioni. Altresì l’epistemologia dovrebbe sottendere ogni passaggio: posizioni ontologiche differenti dovrebbero essere messe a confronto, esaltate e intrecciate, analizzate e discusse. I risvolti filosofici dovrebbero essere cercati tra le righe di chi ha prodotto e nelle pagine di chi ha analizzato e dovrebbero essere usati per capire, scavare, vivere il sapere. E la curiosità, su tutte le emozioni, dovrebbe essere coltivata, incanalata, potenziata, insegnando al tempo stesso a porre le domande giuste, perché cos’è un fisico se non un bambino un po’ cresciuto che si chiede perché e cerca risposte solo un pelo più strutturate dei bambini veri e propri?

(pausa)

Rileggendo queste righe sento crescere in me la folgore del sapere, la voglia di insegnare, il desiderio di trasmettere e di riempire, ogni mia lezione, di tutti questi aspetti, di ogni sfaccettatura, di qualsiasi sfumatura, possibilità, chiave interpretativa… ma poi mi rendo conto che serve tempo: tanto, troppo.

Servirebbe tempo per studiare, approfondire, formarsi. Perché, letto in questo modo, per fare il mestiere dell’insegnante la laurea diventerebbe sì necessaria, ma assolutamente non sufficiente. E infatti la mia metafora preferita per descrivere gli insegnanti è paragonarli al vino: invecchiando o migliorano, o diventano aceto. Poi servirebbe tempo ai ragazzi: per metabolizzare, ripensare, digerire, creare collegamenti, studiare, ristrutturare gli appresi, unendo tutto questo alle decine di altre materie da studiare e alla loro vita sociale. Ma soprattutto servirebbe tempo in classe! Perché il programma ministeriale è già troppo vasto così com’è, figuriamoci se volessimo dare alla fisica la struttura che meriterebbe. E quindi?

E quindi ci si può arrendere, per mancanza di tempo, energie e volontà, o si possono fare delle scelte! Tagliando nel programma pezzetti qua e là, approfondendo alcune parti di più e altre meno, affrontando diversi capitoli in modi diversi. E questo è diventato il faro del mio insegnare. In quest’ottica ho deciso, per esempio, di approfondire la relatività da un punto di vista storico-epistemologico, le onde da un punto di vista fenomenologico, la termodinamica da un punto di vista teorico e la meccanica…

(pausa)

Uno dei problemi più grandi che si incontra nell’insegnare fisica è che viene percepita, dai ragazzi, soventemente come qualcosa di astratto, lontano dal “vero”, applicabile solo a un mondo che in realtà non esiste. Un mondo fatto di funi inestensibili, piani senza attrito e perfettamente orizzontali, cadute libere come se l’aria non esistesse, automobili rappresentate con punti materiali e atomi confusi con palline… un mondo, insomma, dove non si rispecchiano.

Essendo la meccanica il primo capitolo che generalmente si insegna mi serviva una applicazione al reale che mi aiutasse a rendere quel primo approccio accattivante e che fosse sentito dai ragazzi, nel contempo, “vicino”. E quindi, delle mille sfaccettature della fisica, la meccanica sarebbe stata una applicazione al mondo “reale”. Una formalizzazione del “vedere” il quotidiano con occhi diversi. Ma come?

L’idea fu di riciclare l’altra mia anima, l’altra mia professione. Sono vent’anni che “lancio roba per vivere”: sono un giocoliere professionista. E dentro la giocoleria c’è un mare di matematica e fisica! Neanche a farlo apposta mi sono ritrovato tra le mani una possibilità più unica che rara.

Nel toss juggling (la giocoleria lanciata) c’è un ritmo ben definito, nel susseguirsi dei lanci, che permette una schematizzazione matematica (i side swap): formalizzazione che consente prima di descrivere e poi di inventare (prevedere) schemi nuovi. A volte impensati.

Poi, tutte le cose che cadono, seguono le leggi che descrivono la caduta dei gravi. Le traiettorie sono parabole, le leggi orarie pure.

E ancora, i cigar boxes (mattoni da giocoliere) sono strumenti in cui, per giocolare, si sfruttano l’attrito statico e la caduta libera.

Il globo da equilibrismo, gli oggetti sul naso, i funamboli sono l’occasione per sviscerare tutti i tipi di equilibrio: stabile, instabile, indifferente, dinamico.

Il monociclo, invece, oltre a coinvolgere l’equilibrio, è un vero e proprio laboratorio di fisica: coinvolge leve,  momenti delle forze, principio di azione e reazione, velocità angolare, …

Le palline rimbalzanti (bouncing) permettono invece di parlare di urti elastici e conservazione dell’energia mentre il diablo consente di introdurre l’idea di conservazione del momento angolare.

Collegando cinematica, statica e dinamica al mondo del circo, concetti che troppo spesso sono pensati come astratti diventano il modo per “vedere” come date evoluzioni siano possibili o quali siano i limiti di certi attrezzi o le possibilità di un artista. Viceversa, la giocoleria diviene un mezzo per sviscerare i concetti fisici, interiorizzarli, esperirli.

(pausa)

L’esperienza di essere “dietro una cattedra” è qualcosa di davvero particolare. Credo che nessuno che non abbia mai insegnato possa anche solo lontanamente immaginarselo. E anche chi insegna ha bisogno di tempo per capire veramente cosa stia succedendo, in classe. Perché al programma da rispettare, per poter permettere ai più talentuosi di accedere ad ogni pezzettino del sapere e avere gli strumenti per affrontare “il dopo”, si aggiunge la necessità di interrogare e valutare, ma anche e soprattutto di ripetere: perché c’è sempre un distratto, un assente, uno che non ha studiato e uno che non ha capito. E poi ci sono le uscite, i ponti e le feste, le assemblee, le nevicate e l’alternanza scuola lavoro. E, come se non bastasse, a rompere il ritmo delle lezioni, che con tanta cura hai pensato e progettato, c’è il mondo esterno: perché ogni anno piombano in classe i problemi del mondo e le vite private di ognuno dei compagni di viaggio, insegnante compreso. …e chi ne fa le spese è la fisica, perché purtroppo, quando devi tagliare per mancanza di tempo, sono proprio “i voli pindarici” che non puoi permetterti di fare.

Per cui desistere? Giammai! E visto che amo proprio questa branca del sapere, ecco l’altra opzione, diventata ora il mio altro mestiere: la divulgazione.

Libero da vincoli, impedimenti e imprevisti puoi permetterti di prendere pezzi interi del percorso o anche solo piccoli frammenti e approfondirli quanto vuoi, creare i collegamenti, evidenziarne la grandezza, nel tentativo sublime di trasmettere il tuo amore anche agli altri. Perché quando divulghi, non avendo la pretesa di insegnare nel vero senso del termine, riesci a pizzicare corde che altrimenti fatichi anche solo a sfiorare. Anche se quando riesci a farlo, insegnando, arrivi molto più in profondità.

La vera sfida del divulgatore è essere, al contempo, interessante e rigoroso, leggero ma non banale. Costruire un testo che funzioni, perché sono convinto che la vera divulgazione vada progettata a tavolino, richiede tempo, fantasia, conoscenze approfondite e una miriade di registri diversi, da mischiare assieme. È un lavoro difficile, se fatto bene. Ma può dare enormi soddisfazioni. Tante quanto l’insegnamento, direi, anche se di natura completamente diversa.

(pausa)

 

 

[1] L’evoluzione della Fisica – Einstein e Infeld

[2] Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo – Galileo Galilei

One thought on “La scienza è poliedrica”

  1. Ok ma … siamo soli, Lavorare Stanca (Pavese) = pensare stanca; Contollare Obiettivi e Risultati Stanca, Formulare ed Eseguire Prodotti … Stanca, UTILI poi stanca moltissimo, traiamo dalla fisica la definizione di utilità …meglio stampare tanta, tanta, tanta bella carta moneta che bravi speculatori sapranno ben utilizzare (SIC) e noi saremo ubbidienti clienti felici per il contributo alimentare mentre loro ci rimprovereranno perchè osiamo lamentarci per le cassette di pomodori troppo pesanti mentre torniamo alla nostra baracca a pagare il pizzo …..

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