Imparare insegnando.

Imparare insegnando.

 

Le risposte che do sono recitate. Non vuol dire che non creda a quello che dico, ma visto che le domande spesso si assomigliano, o che talvolta sono proprio identiche, mi ritrovo a dire le stesse cose. E così come per i contenuti, data l’abitudine a stare su un palco, finisce che si ripetano le pause, i respiri, i cambi di tono. È una delle cose che amo di più del mio lavoro, uno dei momenti più importanti: le domande del pubblico alla fine della performance. Perché oltre a darmi la possibilità di condividere con centinaia di persone diverse ogni settimana pensieri, sogni, visioni del mondo, sono nella fortunata condizione di parlare con qualcuno che ha visto qualcosa che reputa bello e pensa che io sia (non dico di esserlo) realizzato. E così qualsiasi messaggio su studio, intelligenze, impegno, non è preso come la classica paternale, ma come il consiglio di qualcuno che quelle cose le ha vissute. Le stesse cose, dette in classe, non hanno la stessa efficacia. Forse anche per questo, quando trovo una risposta che mi convince, tendo a ripeterla, riproporla, affinandone sempre più l’efficacia, per quanto mi è possibile.

Poi capita la domanda inaspettata. Tra i tanti “Perché non va ad un Talent?”, “Quando spiega, a scuola, è così?”, “Perché ha cominciato a fare il giocoliere?”, “Cosa ama della Fisica?” … all’improvviso un “Qual è la cosa più importante che ha imparato da tanti anni di insegnamento?”.

E così mi trovo senza parole. Il silenzio nel quale piombo, dopo tante pause di intenzione, battute di un copione non scritto, è veramente per pensare. Senza parole ma, inaspettatamente, con un pensiero fisso, che scaccia ogni altra possibile risposta.

 

Quando ero ai primi anni delle superiori ci fu un’estate in cui un furgoncino che assomigliava tanto a quello dell’A-Team, con tanto di lamiere al posto dei finestrini e barre di acciaio saldate a mo’ di paraurti rinforzato, percorreva a folle velocità la A14: da sud a nord e ritorno, di notte, a fari spenti. Una sera, durante un inseguimento, per sfuggire ad una volante della polizia fece inversione a “U” in autostrada… e colpì una Passat familiare, in pieno. Morirono padre, madre, figlia e fratellino. La ragazza aveva la mia età. Il bimbetto circa quella di mio fratello. I due bastardi scapparono nelle campagne e non ho memoria se mai li trovarono. Ma dentro al furgone i ragazzi dell’arma rinvennero sigarette di contrabbando e marijuana.

Non ho mai fumato uno spinello in vita mia. Non ho mai usato una droga o una sostanza illegale. E tra i mille motivi credo che questa storia sia il principale: ogni sostanza illegale che si compra sono soldi che prima o poi arrivano a questi maledetti. O a quelli che prendono ragazzine di 14 anni e le costringono a prostituirsi. Ogni volta che si dà un tiro ad una canna illegale è questo mercato che si va ad alimentare: si è complici.

 

Questa è una storia che racconto nelle mie classi ogni volta che ne ho l’occasione. Recitata, come tante delle risposte di cui vi parlavo, come tante lezioni, come le mie conferenze-spettacolo. Ma ogni volta, giuro, ogni volta mi vengono i brividi. E i ragazzi se ne accorgono.

 

Trovarono alcuni miei studenti fumare uno spinello. A scuola. Ed erano di una classe con la quale avevo condiviso poco prima questo mio ricordo. Ragazzi che avevano dato segnali di capire, di condivide, di essere partecipi e vicini.

Questa cosa mi tolse il sonno. Non tanto perché mi sentii “tradito”, quello era un problema mio: il rapporto insegnante-discente è altro.

 

Qual è la cosa più importante che ha imparato da tanti anni di insegnamento?”.

… che noi insegnanti possiamo… no, dobbiamo dare, proporre, porgere, mediare, raccontare… ed è tanto, molto, necessario, se volete. E possiamo farlo a parole o con il nostro esempio, condividendo vissuti o leggendo i grandi, discutendo di attualità o dimostrandoci fermi e risoluti, comprensivi e accomodanti… ma non contiamo nulla, se lasciati soli. È fondamentale che la società e la famiglia siano d’esempio, supportive e mutuamente collaborative. Ma anche così, tutto resta necessario, ma non sufficiente. Noi dobbiamo fare tutto questo, scegliendo una politica, così come gli artisti scelgono una poetica, ma se non sono i ragazzi a “lavorarci su” … è tutto inutile.

Sta in loro, in voi, l’onere e l’onore di diventare Donne e Uomini. Noi insegnanti possiamo solo indicare la strada, raccontare, connettere, proporre, sollecitare…

E tutto questo è paurosamente, dolorosamente, atrocemente bello.

9 thoughts on “Imparare insegnando.”

    1. bella domanda. mi sa che mi hai dato l’idea per un nuovo articolo… resta “sintonizzato” su questo canale! ;-)

      p.s. però ne ho già programmati un po’… mi sa che se anche trovassi la risposta non la pubblicherei prima di marzo 2018… ci risentiamo!

      p.p.s. Omar, qui sotto, ha proposta la sua di risposta… tu che ne pensi?

      1. Omar dice il vero, secondo me. Ma come si fa? È una storia di cui conosci il finale, “ma in mezzo c’è tutto il resto, e tutto il resto è giorno dopo giorno… ” (Niccolò Fabi – costruire)
        Aspetto il prossimo articolo…

    2. Fondamentale è il rispetto per l’Essere che, assolutamente dovrà trovarsi in quel giovane ente che viene a Scuola.
      Il Sistema mentale, fondato dallo Strutturalismo, purtroppo, primeggia sull’Uomo e arriva (oggettivamente) alla negazione stessa del Soggetto.
      Serve: Libertà e onestà intellettuale, studio continuo di molte discipline, stima e accettazione dell’Esistenza.

      1. criptico ma condivisibile, in buona parte.
        non so se è vero che si raggiunga “oggettivamente la negazione del soggetto”. non di regola, non automaticamente.
        e poi aggiungerei che serve anche rispetto, dell’altro e delle regole. perché la libertà di cui parla si ferma dove inizia la libertà altrui.

  1. Hai ragione Federico! Il mio primo pensiero è sempre stato e lo è ancora più che mai quello di aiutare i ragazzi a crescere. La persona innanzitutto.
    È un compito immane che ho cercato di svolgere usando la ragione, il buon senso , il fatto di essere mamma e l’esempio. Non sempre riesco a raccogliere i risultati desiderati e allora la sfida diventa ancora più interessante e stimolante. Non arrendiamoci: i ragazzi hanno bisogno di noi e noi di loro.
    Ti abbraccio
    Donatella

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