Il linguaggio della Fisica.

Il linguaggio della Fisica.

 

Farsi raccontare la Lettera alla Felicità di Epicuro è un conto, leggerne un riassunto un altro. Per apprezzarla veramente se ne deve però leggere una (buona) traduzione. Ma in tutti e tre i casi non si sarà mai vissuta veramente l’opera. Solo conoscendo il greco antico, evitando quindi mediatore alcuno, traduttore o narratore che sia, sipuò assaporarne tutti i passaggi e riflettere sulle implicazioni che ci prospetta.

Per la Fisica è un po’ la stessa cosa! Un conto è farsi raccontare cos’è un buco nero, meglio è sfogliare una rivista divulgativa che te ne parla, ma tutt’altra cosa è leggere direttamente le equazioni che lo descrivono:vederle nascere dalla domanda di conoscenza che ci si è posti e vedere tra i loro simbolil’oggetto prendere forma e venire rappresentato, le ipotesi essere formulate e tradotte, le implicazioni venire alla luce e diventare conseguenze, altre domande, nuove storie.

“Purtroppo” il linguaggio che ci permette tutto ciò è ancora più complicato del greco antico… “Parlare” la Matematica richiede infatti non solo lo sviluppo di intelligenze specifiche, ma soprattutto necessita di consequenzialità nell’apprendimento. Traduco: non si possono studiare le equazioni di II grado senza conoscere i polinomi, che non si possono apprendere senza aver capito le proprietà delle operazioni e così via… E pensate che tutta la matematica che si studia al liceo scientifico all’Università è contenuta in (poco meno di) un esame!

Capire quindi (veramente) la Fisica richiede anni di studio e duro lavoro proprio sul linguaggio in cui è scritta. A questo punto mi si potrebbe chiedere: “A che pro?”.

Uno dei momenti più emozionanti del mio percorso di laurea è stato quando, durante gli approfondimenti per la stesura della tesi, mi sono imbattuto nelle equazioni che descrivevano i buchi neri di Kerr: bestie abbastanza misteriose, descritte da una Matematica talmente complicata che allora, all’Università di Bologna, forse neanche un terzo dei docenti la “parlava”. Bene, dentro quelle equazioni, o meglio, “al di là” del buco nero si srotolavano altre dimensioni: ogni buco nero di Kerr è, potenzialmente, l’inizio di un nuovo Universo, il suo Big Bang… e io lo vedevo nero su bianco. E se è vero che ogni Universo contiene miriadi di galassie, ogni galassia miliardi di pianeti e di buchi neri e che ogni buco nero può dar vita ad un nuovo Universo… forse è più giusto parlare di Multiverso. E in una realtà così concepita, dove gli Universi sono potenzialmente infiniti ed ognuno ha il suo tempo, le sue n-dimensioni, le sue leggi fisiche… non è forse “scontato” pensare che in uno, almeno in uno, ci sia Vita. …per quanto “improbabile sia”, se “i tentativi” sono infiniti, per la Legge dei grandi numeri

Ora che ve la siete fatta raccontare, questa storia, non vi è forse venuta voglia di leggerla da voi?

 

Il presente articolo è stato pubblicato sulla rubrica “Fisica? Un gioco.” – Sapere, ottobre 2014 – ed. Dedalo.

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