FormAzione

FormAzione

Ad inizio novembre ho partecipato al XXX convegno di didattica della matematica di Castel san Pietro Terme: Incontri con la Matematica. Una tre giorni di laboratori, conferenze, report, riflessioni a tutto tondo sulla matematica e sul suo insegnamento. Un tassello di formazione personale e professionale che sono felice di aver vissuto. Ho incontrato amici che non vedevo da tempo, conosciuto colleghi appassionati, sentito storie su dirigenti e genitori da leggenda, ascoltato relazioni bellissime e dense di significato e significanti, riflettuto su diverse prospettive… Una fortuna essere entrato tra i solo 900 partecipanti.

Perché dico solo? Perché il convegno era a numero chiuso e le domande di partecipazione sono state molte di più dei posti disponibili. E questo è un bellissimo segnale, indipendentemente dalle motivazioni che hanno spinto il numero dei partecipanti verso questo record. Che sia stato l’incentivo alla formazione messo a disposizione del governo[1], o la fantomatica formazione obbligatoria[2], o ancora il numero tondo dell’edizione[3], o i nomi dei relatori che sono intervenuti[4], o altro ancora, poco importa! Eravamo tanti e da tutta Italia, e questo è segnale, quantomeno, di persone che fanno il loro lavoro con passione, arrivando ad investire un intero weekend, da venerdì a domenica, soldi e tempo per formarsi.

…la formazione… questione spinosa da sempre. Soprattutto quando ci si pone il problema di renderla obbligatoria per poi valutarla. Io, per esempio, sono uno che in estate studia tantissimo. Compro libri che reputo possano servire alla mia professionalità e li leggo, sottolineo e traduco in appunti, schede, lezioni. Come valutare questo lavoro? Difficile a dirsi. E ancora, quale dei diversi aspetti dell’insegnamento uno dovrebbe approfondire per primo?

Uno degli interventi più interessanti a cui ho assistito[5] era incentrato su una critica al famoso adagio “chi sa fa, chi non sa insegna”. Perché un insegnante non deve solo padroneggiare “cosa” trasmettere (il contenuto, la disciplina), ma deve anche saper gestire “chi”, inteso come coloro ai quali si rivolge (gli alunni, il contesto e gli alunni nel contesto) e “come” (mi riferisco qui alla pedagogia, generale e non, e alla psicologia).

Chi e come danno vita alla didattica, e insieme al cosa formano il mestiere dell’insegnante.

Senza questa preparazione a trecentosessanta gradi si rischia di continuare a perpetrare il solito metodo di insegnamento: quello trasmissivo. Quello che vede i discenti come vasi da riempire, invece che come una variabile del percorso di apprendimento. Si è spinti cioè a trascurare i fattori cognitivi, le emozioni, i misconcetti… per poi cadere nella frustrazione tipica degli insegnanti: “riesco ad insegnare solo a chi imparerebbe da solo”.

Come uscire quindi da questa impasse?

Innanzitutto distinguendo bene osservazione e valutazione, due fasi che troppo spesso si confondono, sottolineando che nessuna delle due è mai veramente oggettiva e che spesso influenzano l’osservato.  Non mi sto riferendo al lavoro di Heisenberg, quanto piuttosto ai risultati fallimentari di molti sondaggi. Spesso ci stupiamo che le previsioni sondaggistiche (osservazione-valutazione) siano sbagliate. Ma quanto sono veramente oggettive? Per colpa o per dolo, troppo spesso le domande scelte, il come porle, le tempistiche e mille altri fattori ancora ne modificano l’efficacia. E il ricordare continuamente le valutazioni che se ne traggono, in politica come in classe, inevitabilmente modifica umori, intenzioni, speranze… condizionando l’oggetto e trasformando il sondaggio/valutazione in una foto di ciò che (forse) era, non certo di ciò che è.

È quindi bene che l’osservazione sia continua e diversificata e che la valutazione sia condivisa (quantomeno) con i colleghi.

Ma torniamo al lavoro dell’insegnante, alla valutazione devono seguire necessariamente delle ipotesi di lavoro che si dovranno tradurre in azioni di intervento e per farlo servono strumenti (da cui l’importanza della ricerca in didattica e del suo studio, ma anche, ovviamente, dell’esperienza. In fondo un bravo insegnante è come il buon vino, no?) ma, soprattutto, si devono rendere i consigli e le azioni motivate e circostanziate! “Ha un atteggiamento negativo verso la materia”… cioè? “Non ha le basi”… quali? Ma soprattutto: “Non si impegna”… e come dovrebbe farlo? Perché quello dell’impegno è un falso mito, condiviso da tutti gli attori del contratto didattico: alunni, professori, genitori. …perché spesso “impegnarsi” (in senso lato) non è sufficiente! Ci si può infatti impegnare in infinite diverse direzioni, ma una sola porta al successo scolastico. E cambia da ragazzo a ragazzo, dipende dal contesto, dal momento, …

Riassumendo, quindi, l’insegnante dopo aver spiegato osserva (le difficoltà) e interpreta (situazioni e comportamenti) per definire un recupero (differenziato), ricordandosi e, perché no, ricordandolo anche ai ragazzi, che “la forza per agire non è un dono, ma una conquista!” – Pellerey.

…una formAzione continua su ognuno dei piani coinvolti (disciplinare, didattico, psicologico, pedagogico, docimologico, antropologico, …) diventa quindi imperativa[6].

Un lavoraccio, insomma. Il più bel lavoro del mondo.

 

 

[1] Conosciuto anche come “i 500€ di Renzi”

[2] “fantomatica”, o almeno oscura, perché la normativa prevede che “la formazione obbligatoria” non si traduca automaticamente in “un monte ore obbligatorio per ciascun docente”

[3] Ai matematici piacciono molto i numeri… e partecipare al TRENTESIMO convegno aveva un suo fascino quasi cabalistico.

[4] Come Bruno D’Amore o Piergiorgio Odifreddi

[5] Mi sto riferendo al lavoro di Pietro Di Martino (Università di Pisa) e Anna Baccaglini-Frank (Sapienza, Università di Roma). Le riflessioni che seguono sono ispirate alla loro relazione, che era ovviamente più densa, dettagliata, ragionata e soprattutto circostanziata. Se ne avete quindi l’occasione cercate gli atti del convegno. Darci una letta penso che ne valga la pena.

[6] Altro discorso è valutarla, renderla obbligatoria quando non basta il senso del dovere e, soprattutto, remunerarla adeguatamente.

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