Didattica e Teatro

Didattica e Teatro

il buon insegnante è per un quarto preparazione e tre quarti teatro”, scriveva Galileo. Mai frase sulla didattica mi trovò più d’accordo.

Essere “in cattedra” o “su un palco” sono due mondi solo apparentemente distanti mentre innumerevoli sono i punti di contatto, le similitudini, le affinità. Non tanto perché l’interesse del pubblico, così come quello degli studenti, sia da conquistare e ravvivare continuamente (sig!) ma quanto, piuttosto, perché entrambi i mestieri condividono gli stessi strumenti comunicativi: la voce, il corpo, l’improvvisazione.

Ho colleghi di cui invidio la cultura. Parlando con loro spesso mi sento se non inadeguato almeno non sufficientemente preparato: sempre pronti, conoscono la materia in profondità, ogni suo aspetto, ogni sua implicazione tecnica o filosofica. Poi vai in aula ad ascoltarli far lezione e quan-do li sen-ti par-la-re han-no un rit-mo sem-pre u-gua-le e u-na vo-ce mo-no-to-na che vor-res-ti spa-rar-ti in un gi-noc-chi-o piut-tos-to che as-col-tar-li an-co-ra… Perdonatemi l’iperbole, recitata rende di più, giuro, ma il senso penso sia chiaro. Il tono della voce e la sua modulazione, le pause, la gestione del volume sono essenziali non solo per mantenere vivo l’interesse, ma anche e soprattutto per rendere carichi di significato i significanti. Parole in primis.

I primi anni di insegnamento perdevo regolarmente la voce. A settembre, al rientro dopo la pausa estiva, quando cioè meno ero allenato a parlare, la prima settimana, quando dovendo impostare teoricamente il lavoro che sarebbe seguito, nel momento dell’anno in cui probabilmente parli di più e parlare almeno sei ore al giorno (consecutive) cinque giorni a settimana era essenziale… diventavo afono. Vi è mai capitato? Bruttissima sensazione per chiunque, terribile per chi con la voce ci lavora. Bene, da quando ho studiato l’uso del diaframma (l’appoggio, in gergo tecnico), eccetto i rarissimi casi in cui ho un forte raffreddore e, stupidamente, urlo, non perdo più la voce. Non solo, riesco a farmi sentire senza bisogno di urlare. Perché c’è una gran differenza tra parlare con voce piena e urlare. Nell’urlo, oltre a perdere di credibilità e autorevolezza (perché ricordiamocelo sempre, c’è una gran differenza tra autorità e autorevolezza), le parole si sgranano, diventano graffianti, armi improprie che allontanano la concentrazione prima, la comprensione del contenuto poi.

Quando spieghi o sei su un palco gli occhi di tutti sono (o dovrebbero essere) su di te. Se “pesti l’uva”[1], gesticoli a caso, metti le mani dove non dovrebbero essere o lasci che libere facciano gesti che, se interpretati, distolgono l’attenzione o peggio, corri il rischio se non di distrarre addirittura di passare messaggi sbagliati. La consapevolezza del proprio corpo diventa quindi fondamentale, il suo uso strumento, il lavoro sul neutro, quindi, tappa obbligata.

C’è una ragazzina, in una delle mie classi, che non faceva mai domande. Poi, un giorno, ha cominciato a chiedere e da allora spessissimo alza la mano, tra dubbio e curiosità. Nel farlo è però sempre silenziosa, quasi timorosa di disturbare, eco della riservatezza mista a timidezza che la caratterizzano e che una volta le impedivano di chiedere. Bene, soventemente capita che mentre parlo con un compagno che è dall’altra parte della classe le dica, senza volger lo sguardo su di lei, che l’ho vista e che può abbassare la mano: “arrivo…”. Ricordo anche che una volta mi chiese “ma prof, come fa?”. Quando guardi osservi poco, ma vedi molto. Nel senso che solitamente poniamo l’attenzione su un viso, un dettaglio, ma il nostro campo visivo è molto più ampio. I più fortunati sfiorano quasi i 180°! Questo vuol dire che, se allenato, lo sguardo periferico ci può permettere di seguire tutta la classe mentre ci pone l’attenzione principale su un solo studente. Ovviamente però la mia risposta allora fu un’altra… “come, non lo sai? Tutti i prof di fisica hanno un super potere, il mio è questo! Lo sguardo camaleontico! Avrei preferito saper volare, ma questo è ciò che ho avuto in dono e ci devo convivere”.

Da cui l’ultima riflessione: a scuola come in teatro si deve essere capaci di improvvisare. Cambiare velocemente obiettivo, prospettiva, registro, per cogliere tutte le possibilità ampliando le potenzialità di un discorso, una domanda, un’intuizione il più possibile.

Bene, tutte questi strumenti, la voce, il corpo, l’improvvisazione, e molti altri ancora sono sviluppati all’interno di percorsi teatrali. Non parlo di imparare a far le “recite” che si facevano alle elementari. Mi riferisco a veri e propri corsi di approfondimento che ruotino attorno alla vocalità, al movimento espressivo, all’immedesimazione e alla recitazione. Sono strumenti che tutti gli insegnanti dovrebbero avere e saper usare e, per quanto si sia bravi o dotati, non si ha mai finito di imparare!

Quindi, permettetemi, consiglierei a tutti i colleghi (a tutti, in realtà), un corso (di aggiornamento) teatrale. E mi sento di consigliarlo con forza, un po’ perché l’ho provato su di me e ha cambiato (e in meglio!) il mio modo di stare in classe: da così a così[2] … e un po’ perché… beh, che dire? Il teatro è vita.

[1] il classico movimento avanti indietro che si fa molleggiando leggermente sulle gambe quando non si sa dove stare e che ricorda molto proprio l’atto di pestare il mosto

[2] so che non potete vedere la mia mano che si gira da palmo in basso a palmo in alto, ma sicuramente la potete immaginare, ammesso che non lo abbiate già fatto…

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