Da 1 a 10

premessa importante: questo articolo l’ho scritto mesi fa, prima che finissimo tutti in quarantena. penso resti comunque qualcosa su cui riflettere, se non per il domani più prossimo, per il futuro.

Da 1 a 10

Il mio prof di scienze era a dir poco originale. Fra le tante stranezze, che all’epoca mi facevano sbellicare facendomelo guardare con sospetto e scherno mentre oggi le ricordo con un misto tra malinconia e rimpianto, quella di avere “un segretario”. Entrato in aula consegnava al compagno designato il registro (all’epoca niente registro elettronico, ovviamente, ma pensanti e ingombranti registri cartacei riempivano le cartelle dei prof e gli incubi di noi studenti) e lasciava che fosse lui a far l’appello, segnare chi giustificava, riportare gli argomenti trattati a lezione e tutto il resto. Ovviamente, quando interrogava, era sempre il segretario a registrare i voti e lì il ricordo divertente: l’allora segretario, Andrea Z., era un grande combattente, difensore di tutte le cause, a partir dalle “perse”, e dopo ogni venuta alla lavagna iniziava una contrattazione, a volte estenuante, sul voto da attribuire al “malcapitato”. Fatto sta che tra un “forse meriterebbe di più”, un “ma le ha anche risposto a” e un “un più non lo si nega mai a nessuno” una volta mi diedero (perché il voto lo decidevano insieme, prof e segretario) un “tra il sette e mezzo e l’otto meno, più-più”. In decimali credo fosse tipo 7,7083… e questo mi fa ridere di gusto, oggi come allora…

È difficile “dare un voto” così come è difficile dare la valutazione di fine anno.

Sul singolo voto, capire cosa chiedere, come chiederlo, a cosa dare importanza, integrare contenuti e forma della risposta, soppesare il tutto con cosa ti aspettavi da quello studente in relazione alle sue attitudini, pregressi, progressi e possibilità è a dir poco arduo. Mediare tra i diversi risultati ottenuti, lungo il percorso, per arrivare al voto finale è altrettanto difficile. In entrambi i casi si deve conoscere la materia, il ragazzo e come i due sono immersi nel contesto del gruppo classe.

Seguii anche un corso di docimologia, quando feci la SSIS[1], ma non mi fu molto utile: credo che ogni tentativo di oggettivare la valutazione sia profondamente sbagliato. Solo il docente può, tramite l’esperienza e la sua sensibilità (affinate negli anni), discernere e “misurare”. Ed è per questo che oggi, per me, il valutare resta una fatica.

Negli anni però, in un processo che ha unito insieme “tentativi e errori”, studi, confronto con colleghi, ho sviluppato, per dare una valutazione di fine percorso, un mio modo che mi soddisfa. Almeno sino a ieri…

Ospite di amici-colleghi durante una delle mie tournée ci ritroviamo, come spesso ci capita, a parlare di scuola e, nello specifico, di voti. Ciò che ci ha diviso è il mio usare l’intera scala, dall’1 al 10, mentre loro sostengono che 1, 2, 3 siano valutazioni “inutili”, dato che se uno non sa, non sa e a nulla serve dare un 1, quando poi neanche non un 10 si recupera. Senza contare che, dal punto di vista psicologico, valutazioni così basse potrebbero fermare sul nascere ogni tentativo di “redenzione”. Questo artico per condividere come e perché “uso l’intera scala”, nella speranza che vogliate commentare e condividere con l’obiettivo, grazie al confronto, di migliorare insieme.

Innanzitutto un dato di fatto: la normativa prevede voti dall’1 al 10 e, nei registri elettronici, trovi, per ogni valutazione, anche la possibilità di mettere “più”, “meno” e “mezzo”. I voti possibili sono quini 1, 1+, 1½, 2-, 2, 2+ 2½, 3-, 3 … via via sino a 10. In decimali, se preferite, con una “precisione” di 0,25, si hanno trentasette voti possibili: venti minori di 6, diciassette dal 6 in su.

Premessa importante: per me 5½  o 6- sono “praticamente sufficienti”. Se cioè a fine anno la “media” fosse 5,75 non ci penserei due volte a dare la sufficienza in pagella. Tenendo così “1” per i soli compiti “in bianco”, mi ritrovo ad avere diciannove voti per i compiti insufficienti e diciannove per i compiti…non insufficienti. Ma questa simmetria, che mi piace tanto, non sposta nulla nei termini della questione che vorrei discutere.

Detto ciò, come uso i voti?

Se un compito è in bianco, come ho già accennato, è 1, se è privo di errori, 10 (indipendentemente dalla difficoltà della prova). Poi uso le diverse sfumature in proporzione a quanto fatto, calando (o, a volte, aumentando) il voto in base agli errori e alla loro gravità o alle proposte di risoluzione degli esercizi, l’ordine, ecc… Penso che distinguere 2+ da 4½  serva quindi per registrare la gravità della lacuna, a me come agli studenti. Un 4½ finisce così con il rappresentare l’aver affrontato il compito commettendo errori numerosi o gravi, mentre il 2+ il non aver capito l’argomento alla base. Insufficienze diverse che richiederanno interventi di recupero diversi. E avere questo feedback mediato sull’intera classe mi aiuta a capire come l’argomento trattato è stato recepito (o meno) dai ragazzi, in media. Diventa cioè giudizio, in parte, anche del mio insegnare, sulla scelta dei tempi, sulla difficoltà di un compito proposto, ecc… Questa cosa i miei ragazzi solitamente la capiscono, tanto che, a volte, quando fanno un compito molto male ci tengono a dirmi che non è colpa mia ma che non hanno studiato per i motivi più svariati.

Ma veniamo al dunque. Divido il programma in moduli. Ogni modulo prevede una prova conclusiva. Il voto di fine anno è la media dei voti presi sui diversi moduli. Media che poi viene leggermente alzata o abbassata in base alla partecipazione alle lezioni o al dialogo educativo, alla puntualità nel fare i compiti, all’attenzione o l’interesse mostrati, all’andamento dell’anno tutto. Ma il voto sul singolo modulo non è la media dei voti presi nel modulo stesso, ma semplicemente una registrazione del livello raggiunto. Se cioè, preso un 4 su un dato argomento, il ragazzo prendesse 6 sulla stessa parte di programma dimostrando così, nella prova di recupero, di aver raggiunto gli obiettivi minimi sarebbe, su quella parte, sufficiente. In altre parole la valutazione sulla prova di recupero sostituisce quella iniziale.

Perché? Mi si potrebbe chiedere. Questo non svaluta la materia o l’importanza della singola prova? Innanzitutto i compiti di recupero non sono più facili dei precedenti, anzi. E poi può capitare a tutti, per i motivi più svariati che vanno dal personale all’oggettivo, di fallire una prova: un argomento non ben compreso, un momento difficile sul piano amoroso, una malattia più o meno prolungata, forti emicranie la mattina del compito, … Ritrovata la concentrazione per studiare, appianate le lacune, ci si accorda sul quando tentare di recuperare.

Come si recupera quindi un “2”? Prendendo (almeno) la sufficienza sugli stessi argomenti.

Credo che questa libertà li responsabilizzi molto. Insomma, date tutte le possibilità, è compito loro organizzarsi per raggiungere gli obiettivi. Unico deficit che ritrovo in questo modo di lavorare è che i ragazzi potrebbero non prendere seriamente le singole prove e posticipare continuamente lo studio vero e proprio. Ma se, come classe, abusano di questa possibilità non esito a togliere loro le occasioni per recuperare, senza contare che il programma “va avanti” … e loro lo sanno! Studente avvisato, mezzo promosso!

Che ne pensate?

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[1] Scuola Specializzazione Insegnamento Secondario: un progetto del primo governo Prodi per la formazione dei docenti. L’idea era questa: vuoi insegnare? Bene, prima ti laurei (5 anni), poi parteci ad un concorso (test, scritto, orale) se passi entri in un biennio di formazione con esami sia generali (didattica generale, sociologia, pedagogia, psicologia, storia della scuola, docimologia, …) ed esami specifici (nel mio caso didattica della fisica, didattica della matematica, storia della fisica, storia della matematica, epistemologia, ecc…) a frequenza obbligatoria con tanto di tirocinio attivo e passivo (1 mese + 1 mese) al termine del quale ci sarebbero stati tesi finale, scritto e orale. Passato l’iter (cosa assolutamente non facile o scontata) si accedeva alle graduatorie ad esaurimento con un punteggio rappresentativo del voto preso. Insomma, vuoi insegnare? Studia per farlo. A parer mio, politicamente un bellissimo progetto.

3 thoughts on “Da 1 a 10”

  1. Il punto forte di questo metodo, è che è una regola definita, condivisa con gli alunni, ed applicata. Questo fattori fanno si che gli studenti sanno a cosa vanno incontro, e sanno il significato di ogni determinato voto.

  2. I criteri con cui gli insegnanti danno i voti è spesso motivo di protesta in casa da parte dei miei figli.
    Spesso è la mancanza di coerenza la critica più frequente. Cioè, tradotto: “Fai quello che vuoi, ma fallo con tutti”. Ti do 7 per incoraggiamento, ti saresti meritato 10 ma 10 per principio non lo do, non do 10 perché il compito era facile, ti do 6 perché è la prima interrogazione, ti do x perché mi aspettavo di più. Poi ci sono docenti che partono da 1 ma non danno più di 8. Ecco, a volte i voti sembrano più legati all’ispirazione del giorno anziché alla preparazione.
    Il discorso del modulo è la prima volta che lo sento e lo trovo sensato e corretto.
    Il voto dovrebbe fornire un’indicazione sulla preparazione e servire a correggere e migliorare ma spesso sembra invece essere una sorta di sanzione o di premio.

  3. Caro Federico,mi trovi perfettamente d’accordo, sia sull’ uso di tutta la scala dei voti, si sul recupero. Nei compiti strutturati usare tutte le valutazioni numeriche diventa evidente e se in un’ altra prova, di recupero, l’obiettivo è stato raggiunto, è quello il valore della competenza del ragazzo. Se qualcuno ad una prima prova non riesce a raggiungere la sufficienza che sarebbe a dire il minimo che dovrebbe sapere e saper fare, e poi riesce nella prova di recupero, mi da senz’ altro informazioni sul suo modo di apprendere, che può essere anche non confome ai tempi da me programmati. e quindi riprogrammare la mia azione didattica. Ecco anche perchè la media del registro non la guardo mai e non dovrebbe neanche comparire per me!!! Ma putrtroppo questo , per me, è l’ultimoanno di insegnamento e a settembre sarò in pensione, mami fa piacere vedere che ci sono ragazziche la pensanocomeme, o meglio…che io la penso come dei giovani prof! Buone vacanze!!!
    patrizia alessandri

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