Cosa rende un insegnante, un bravo insegnante?

Cosa rende un insegnante, un bravo insegnante?

È una domanda che mi pongo da quando faccio questo mestiere.

 

Conoscere la disciplina. Conoscerla bene, in profondità. Non solo gli argomenti specifici, ma anche il contorno, la storia e i protagonisti, la filosofia che c’è dietro, l’interpretazione o le interpretazioni ed il dibattito filosofico che ne scaturisce, ciò che viene “dopo” il trattato in classe sino agli argomenti di cui si occupa la ricerca di frontiera. Tutto questo per poter dare una visione di insieme, rispondere a dubbi, articolare i discorsi, saper su quali tematiche concentrarsi di volta in volta, essere consapevoli di cosa è necessario e cosa corollario, passare  un’idea di come ciò chi si studia sia nato senza farlo sembrare piovuto dal cielo, …

Aver studiato, almeno per quanto riguarda il mestiere dell’insegnante, pedagogia, psicologia, docimologia, antropologia, didattica generale. Perché le menti non sono mai uguali ed ognuna assorbe con un suo modo ed un suo ritmo. Perché le classi sono tutte diverse, con loro dinamiche ed equilibri. Perché valutare è difficilissimo. Perché le sfide che il nostro tempo ci pone davanti, anche solo per essere comprese, necessitano di una visione ampia. E la scuola, in questo, gioca un ruolo fondamentale.

Essere coerente, giusto, assertivo, ricettivo. Ovviamente per quanto possibile. Nella consapevolezza che l’oggettività è una chimera e nei limiti di legge e della sua persona. Ma anche aperto al confronto, capace di mediare, pronto a mettersi in discussione. Perché un insegnante è in primis esempio di adulto esterno alla famiglia con il quale i discenti si confrontano e nella gestione del rapporto, conflittuale o meno che sia, formano la propria personalità.

Ma soprattutto un insegnante deve Amare. Amare due volte. Amare al quadrato. Amare la disciplina e Amare i ragazzi. La prima perché credo che solo passando per l’Amore si possa veramente insegnare. E so che i discenti lo sentano e, se se ne accorgono, diventano più ricettivi, disposti, accoglienti. I secondi perché è l’unico modo per entrare in classe giorno dopo giorno, anno dopo anno, senza rischiare di arrivare ad odiare il proprio lavoro.

 

…e a tutto questo c’è da aggiungere la parte burocratica, la scrittura dei compiti, la correzione dei compiti, i test, gli esercizi, i registri, i ricevimenti, le riunioni di dipartimento, i consigli di classe, i collegio docenti, i rapporti coi colleghi, la preparazione delle lezioni, … tutte attività, volenti o nolenti, necessarie, in un mondo complesso come il nostro, nella scuola di oggi…

 

Consapevole che sicuramente ho dimenticato qualcosa, ancora una volta, forse più di altre, mi trovo ad affermare che insegnare è difficile. Che probabilmente non è per tutti, anzi, forse è per pochi. E ancora una volta mi trovo a chiedermi se ne sono capace. Se ne sono degno. E rimango coi miei dubbi.

 

Questo articolo, meglio, questi pensieri, in risposta alla domanda di un conoscente. Ora però ci sarebbe da chiedersi: cosa deve fare una scuola, per essere una buona scuola? E un genitore (di studente) per essere un bravo genitore[1]? E un discente, per essere un bravo discente?

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[1] Sempre in riferimento all’istruzione del figlio.

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